Villarreal: quando i meccanici contano quanto la vettura

Villareal Marcelino scruta oizzonte

Anche per il Villarreal un’altra stagione è terminata, e quando si soppesa l’esito di una stagione bisogna porre sulla bilancia molti fattori: non solo i risultati, ma anche il modo in cui si sono concretizzati, l’efficacia del progetto tecnico, gli elementi che ne hanno impedito la realizzazione e le contromisure adottate per minimizzare questi elementi. Perciò prima di andare ad analizzare la stagione del Villarreal bisogna innanzitutto considerare le aspettative di inizio stagione e le potenzialità tecnico-economiche del club. Di fatto, e lo abbiamo detto più volte, si chiedeva a Marcelino di ripetere quanto di buono visto l’anno precedente, sia in termini di gioco che di risultati, considerando l’aggiunta di una competizione internazionale. E come vedremo più nel dettaglio, la riproposizione della stagione passata è stata sbalorditiva: tanto nei pregi quanto nei difetti il Submarino amarillo ha ricalcato le gesta dell’anno scorso, garantendosi un altro anno il sesto posto, e quindi l’Europa, onorando in maniera egregia le coppe, e rimostrando i problemi già visti nell’ultima campagna, riassumibili in: infermeria costantemente piena, calo di rendimento nel girone di ritorno e impotenza nelle sfide di cartello.

Perciò prima di sminuzzare quelli che sono stati i principali problemi, bisogna sempre tenere a mente che la stagione dev’essere considerata positiva: si è centrato il piazzamento europeo con due giornate di anticipo, si è usciti agli ottavi di Europa League contro i finalisti (futuri campioni?) del Siviglia – che in semifinale contro la Fiorentina ha dimostrato quanto sia difficile affrontare la squadra di Emery proponendo un calcio propositivo senza esserne puniti – e si è raggiunta una storica semifinale di Copa del Rey, anche qui uscendo contro la squadra finalista (rivelatasi poi campione?). Un cammino in piena regola con le potenzialità del club che, ricordiamolo, è l’ottavo club di Spagna per fatturato e che nella dimensione in cui è entrato nell’ultimo decennio ambisce a disputare campagne europee ogni anno, ma che per fare il salto di qualità ha bisogno di una concatenazione di fattori non trascurabili ma che difficilmente si realizzeranno nel breve termine. Inoltre nella considerazione del sesto posto di quest’anno, è necessario tener conto di come il Valencia abbia eguagliato il proprio record storico di 77 punti, e l’ultima volta che raccolse questo bottino, nel 2003/04, si laureò campione di Spagna mentre in questa stagione è valso solo una quarta piazza, mentre il Siviglia abbia siglato il suo nuovo record storico della sua storia di 76 punti, nonché il primato di punti per una quinta classificata nella storia della Liga.

LA PREOCCUPANTE EPIDEMIA DI INFORTUNI
Andiamo a questo punto a vedere in quale misura e per quale motivo, nell’arco di una stagione più che rosea, il Villarreal ha mostrato segnali preoccupanti e soprattutto già visti nei dodici mesi scorsi. A questo proposito il primo ed evidente problema è sicuramente quello legato agli infortuni. L’epidemia registrata l’anno scorso fece registrare ben trentadue bollettini medici (dalla statistica sono stati omessi i fastidi che non hanno evitato ai calciatori di saltare le gare), di cui ventuno di natura muscolare. Ma il resoconto stagionale ha polverizzato qualsiasi record portando il numero di infortuni a trentanove, di cui trenta muscolari (il 77% del totale, ovvero meno di uno su quattro è stato di natura contusiva): praticamente un tabellino di guerra, che torna a gettare ombre sull’operato dello staff sanitario. Proprio due estati fa infatti è cambiato il medico sociale, Adolfo Muñoz rimpiazzò Jordi Marcos, e contestualmente la preparazione atletica è stata curata dall’entourage di Marcelino che si avvale del suo preparatore atletico di fiducia Ismael Fernández. Dall’avvento dell’attuale equipé il numero degli infortuni è schizzato alle stelle, e oltretutto quel che fa titubare è stata la gestione di alcuni casi.

In questi ventiquattro mesi sono stati molti i casi di malagestione. Il 6 dicembre 2013 Cani subisce una botta in un match di Copa del Rey contro l’Elche: gli esami del giorno dopo assicurano che non si tratta di nulla di cui preoccuparsi, ma il centrocampista sparisce dai radar. Un mese più tardi gli viene comunicata la diagnosi: distorsione del ginocchio destro con interessamento al legamento collaterale mediale, e si inizia a curare con un trattamento conservativo (iniezioni di fattori di crescita, probabilmente plasma ricco di piastrine), tanto che a fine mese torna ad allenarsi. Non l’avesse mai fatto. Non ancora recuperato dall’infortunio, si procura una distorsione alla caviglia destra. Morale della favola: nel momento migliore della sua carriera è costretto a restare lontano dai campi per tre mesi. E non è finita qua: il 2 novembre 2014 nel riscaldamento pre-partita del derby contro il Valencia si procura una slogatura al ginocchio sinistro che lo costringe a fermarsi venti giorni. Torna per i venti minuti finali contro il Getafe, tre giorni dopo disputa un’ora in Europa League e il 29 novembre il ginocchio gli impone di fermarsi di nuovo: altri quaranta giorni ai box per una ricaduta sullo stesso infortunio. Probabilmente il rientro in campo era prematuro. Ma questo è solo l’inizio.

infortuni villarreal 2014-15
Lista dei trentanove infortuni che hanno afflitto la rosa

Il 24 febbraio 2014 tocca a Musacchio, nella gara contro l’Espanyol si frattura il mignolo destro e resta fuorigioco due settimane, salvo poi tornare per i due match delicati contro Bilbao e Valencia sotto infiltrazioni. Scherzetto che gli costa uno stop di altre tre settimane (ironia della sorte: in quelle due partite il Villareal raccoglie un misero punto). Stessa storia per Dorado: a inizio marzo 2014 si frattura il metatarsale del piede destro e deve saltare tre turni, ma anche lui gioca con infiltrazioni nella gara persa a Valencia. All’uscita dal Mestalla lo si vede zoppicare in stampelle, gli esami confermeranno l’aggravamento della frattura: non sarà mai più disponibile fino a fine stagione. Situazioni del genere si ripetono nel corso di tutta la scorsa stagione: Uche nel febbraio 2014 contro l’Osasuna si stira l’adduttore destro e due mesi dopo è di nuovo ai box per un sovraccarico muscolare nello stesso punto (cinque giornate indisponibile); Aquino rimedia una distorsione alla caviglia destra a inizio febbraio, ma un mese e mezzo dopo si infortuna ancora alla stessa caviglia (sei giornate out); a Farinos viene diagnosticata una tallonite nel marzo 2013, viene protratta fino a febbraio 2014 quando preferisce appendere gli scarpini al chiodo; Pablo Íñiguez da gennaio sparisce dalla circolazione alle prese con uno stiramento dell’adduttore destro prima e con una pubalgia poi.

E la lista si allunga nella stagione in corso. Oltre al ginocchio di Cani, già citato sopra, i casi di ricadute di infortuni non completamente recuperati si arricchisce: Jaume Costa il 31 agosto 2014 contro il Barcellona si procura un lieve stiramento al bicipite femorale che lo costringe ad abbandonare il match, ma torna ad allenarsi regolarmente nel giro di pochi giorni e l’11 settembre è di nuovo in infermeria per una lesione muscolare: il dubbio che sia stato effettuato un cattivo bilanciamento dei carichi resta sovente. Palese è il caso del solito Musacchio che il 27 settembre contro il Real Madrid si strappa all’altezza del terzo prossimale del bicipite femorale destro, salta quattro incontri ufficiali e torna ad allenarsi meno di un mese dopo in tempi record. Detto, fatto: il 22 ottobre in allenamento sente una fitta: stessa diagnosi, stesso punto, stessa storia. Tornerà in campo tre mesi dopo, il 24 gennaio 2015. Le cose non vanno tanto meglio al povero Jokić, operato di artroscopia il 10 settembre 2014 dal professor Alejandro Calvente per una lesione cartilaginea al ginocchio destro con un recupero previsto nell’arco di tre mesi: di fatto rientrerà a stagione abbondantemente finita per sparare le ultime cartucce. Per non parlare di Adrián Marín scomparso da Miralcamp sotto le feste di Natale per un “sovraccarico al tensore della fascia lata”, scopertosi sindrome della bandelletta ileotibiale cinque mesi più tardi. A fine stagione di ventuno lesioni muscolari, ben nove saranno sovraccarichi.

musacchio

Può bastare così. Tra i terrificanti numeri degli infortuni si è evinto come non si possa trattare solo di mistica sfortuna o di fluke statistici (ipotesi presa in esame l’anno scorso e rivelatasi errata alla luce dei bollettini medici emersi quest’anno). Specialmente se si considera quanto la società sia attenta, quasi ossessivamente, alle strutture del centro sportivo: dall’acquisizione di macchinari sanitari altamente specifici come la Duolith SD1 (presentata il 22 gennaio 2014) per terapie a d’onde d’urto finalizzate a “trattamenti di sindromi miofasciali, tendiniti, tendinopatie e problemi muscolari in generale” al semplice rifacimento dei terreni di gioco tanto del Madrigal quanto della Ciudad Deportiva quasi annualmente. Evidentemente il fattore umano deve avere il suo peso, e in particolare lo staff medico non può essere esente da colpe, troppi sono gli indizi concomitanti.

Questa situazione, spesso esasperata dall’assenza di oltre metà dei titolari per il singolo incontro e dalla necessità di dover competere su più fronti fino a inizio primavera, ha portato alla paradossale condizione in cui Marcelino si è ritrovato elogiato dai media per la sua eccezionale bravura nella gestione di un turn-over durato circa un paio di mesi. Ovviamente il tecnico, da parte sua, ha sempre sostenuto che non esistessero dei veri e propri titolari, che ognuno avrebbe dovuto dare il proprio contributo e che tutti erano utili alla causa. Di fatto però i titolari hanno giocato in campionato nel girone d’andata e nella fase conclusiva di stagione (e per titolari siamo costretti a intendere i migliori undici delle gerarchie di Marcelino tra i sopravvissuti alla carestia di cui sopra), e nelle coppe tra febbraio e marzo (semifinali di Copa del Rey, fase eliminazione diretta in Europa League). Nella realtà, senza voler ridimensionare una serie di risultati più che degna, in questa fascia di tempo il Villarreal alterna discrete gare casalinghe (soffre da cani col Granada, batte l’Eibar solo grazie all’ingresso di Vietto nel finale e convince contro il Celta) a pessime prestazioni esterne (sconfitta a Vallecas e pareggio ad Almería) cancellate dal miracolo del Bernabéu da cui esce imbattuto dopo un’ottima prova delle seconde linee.

IL RENDIMENTO DECRESCENTE
E qui arriviamo al nodo cruciale: il calo nel girone di ritorno che ha fattezze incredibilmente simili alla scorsa stagione quando il Sottomarino giallo ottenne 34 punti al giro di boa e 25 nella seconda metà. I numeri di quest’anno sono invece 35 punti nel girone d’andata e sempre 25 nel ritorno. Un caso? Possibile. Ma nelle altre due stagioni complete in Primera fece registrare 30+24 a Huelva e 32+28 a Santander, inoltre a Gijón nel 2003/04 (parliamo di Segunda División) si laureò campione d’inverno salvo poi chiudere in quinta posizione, fuori dalla zona play-off. Di certo nella testa di Marcelino aleggia una convinzione: meglio spingere nella prima metà di stagione in modo da poter permettersi di vivere di rendita nella seconda parte, che partire al rallentatore e rischiare di rimanere invischiati nelle retrovie senza più riuscire a uscirne. Pensiero condivisibile su cui potrebbe poggiarsi la preparazione atletica estiva e che potrebbe spiegare alcune concentrazioni di infortuni muscolari. Anche quest’anno nel tratto finale di stagione il Villarreal ha dovuto fare a meno di pedine importanti: la partenza di Gabriel non adeguatamente compensata da Musacchio, costantemente in infermeria; i continui fastidi di Chéryshev e la lombalgia di Vietto; i tre mesi di stop di Bruno, e la l’impossibilità di entrare in condizione di Uche e Giovani, i migliori due attaccanti dell’anno passato.

Nonostante tutto però la squadra ha infranto un’infinita serie di record societari: il minor numero di sconfitte esterne in Liga (quattro: Siviglia, Barcellona, Vallecas e Bilbao), la più lunga serie di risultati utili consecutivi (diciotto, uno più dei diciassette siglati nel 2008), la più lunga serie di gare consecutive segnando (ventotto in tutte le competizioni, solo sedici in Liga dove il record è invece diciotto); la più lunga striscia d’imbattibilità interna in Liga (619 minuti, in pratica non ha subito reti al Madrigal in gare di campionato per tre mesi e mezzo tra il 23 novembre e l’8 marzo, considerando tutte le competizioni la striscia è arrivata a 791 minuti); senza voler considerare che ha eguagliato la più lunga serie di vittorie consecutive interne in Liga (otto, come nel 2004/05) e la miglior difesa delle sue quindici partecipazioni in massima serie (37 reti subite come nel 2004/05, due in meno del 2007/08 quando arrivò seconda), e soprattutto che ha espugnato il Vicente Calderón dopo ventisette incontri e nove mesi di imbattibilità assoluta dei colchoneros (diciannove mesi filtrando solo i match di campionato), sbancando il campo dei campioni di Spagna dodici anni dopo l’ultima volta (al Mestalla nel 2002/03). A ragion del vero bisogna anche enunciare alcuni primati negativi nel tratto finale di stagione in cui il Sottomarino giallo ha inanellato nove gare senza vittoria (peggior striscia degli ultimi sedici anni in massima serie), allegati da 766 minuti senza segnare su azione (inframezzati da due reti su calcio piazzato) ma, come nell’ultimo campionato, il calo di rendimento si è inserito in una condizione cristallizzata di classifica che in entrambi i casi ha permesso al Villarreal di avere un considerevole vantaggio sulle inseguitrici (e un considerevole distacco dal Siviglia quinto) e una conseguente deflessione di motivazioni.

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Atl.Madrid-Villarreal 0-1: Calderón sbancato dopo 19 mesi!

Un altro fattore da considerare è il tipo di rosa affidata all’allenatore: la politica societaria spinge per portare nella Plana Baixa giocatori molto giovani e perciò spesso inesperti. Nessuna vecchia gloria venuta a svernare, nessun veterano di esperienza internazionale, solo giovani promesse le cui esperienze si limitano a campionati minori o giovanili, il che può portare a problemi di gestione di energie, di risultati e più globalmente di situazioni. Un gruppo di giocatori abituati a competere a livelli medio-bassi non può essere pronto a gestire una stagione lunga in uno dei campionati più difficili d’Europa e con altre due coppe fino a primavera, specialmente se la rosa viene calamitata da una serie importante di infortuni e se è costretta a giocarsi posti d’alta classifica. Questa incapacità gestionale si evidenzia in situazioni di particolare pressione perché diventa un fattore psicologico.

LA FRAGILITA’ PSICOLOGICA
E qui arriviamo alla terribile incapacità di andare a punti nei match di cartello. L’impressione diventa una statistica se esaminiamo in tal senso tutti i numeri del Villarreal di Marcelino fin dalla data del suo arrivo nel gennaio 2013. Perciò abbiamo incluso nello studio tutti gli scontri diretti di campionato contro squadre arrivate a fine campionato in posizioni di classifica migliore. In Segunda División è lecito considerare solo la gara di ritorno contro l’Elche gestita dal tecnico asturiano e terminata 2-3 al Madrigal. Ampliando i numeri all’intero campionato scorso si notano zero vittorie, quattro pareggi e sei sconfitte contro le prime cinque classificate (Atlético Madrid, Barcellona, Real Madrid, Athletic Bilbao e Siviglia), e la statistica non migliora granché quest’anno in cui spicca solo la vittoria contro l’Atlético Madrid, a fronte di due pareggi e sette sconfitte (le avversarie sono le stesse con la sostituzione del Bilbao col Valencia). A conti fatti il totale generale indica nove punti raccolti su sessantatré a disposizione, ovvero una vittoria e cinque pareggi in ventuno gare: un cachet da fuori categoria. Se il Villarreal di Marcelino trema contro le grandi non potrà mai diventare grande.

E se può trattarsi di fattore psicologico non ci si meraviglia di quanto la squadra, sotto al sua gestione, ha dimostrato un ottimo rendimento esterno, dove le pressioni sono senz’altro minori che in casa. Nel campionato scorso con le sue otto vittorie esterne il Villarreal ha centrato un numero di successi lontano dal proprio stadio mostruoso: non era mai capitato a una neo-promossa in tutta la storia della Primera División, e si tratta persino di uno dei migliori andamenti del suo decennio e mezzo di massima serie. E già abbiamo detto di quante poche sconfitte abbia rimediato nella stagione attuale. Ma nonostante ciò, quando il Sottomarino giallo in trasferta è andato sotto nel risultato ha saputo vincere una sola volta su quattordici, ovvero il 19 agosto 2013, in pratica due anni fa. Dopodiché ha inanellato due pareggi e undici sconfitte (nove consecutive) su tredici trasferte in cui la prima rete a gonfiarsi era la propria. Nel caso in cui sia riuscito a sbloccare il risultato a proprio favore, invece, ha raccolto 40 punti, frutto di dodici vittorie, quattro pareggi e sei sconfitte (nessuna nel 2013/14, dove il parziale dice 26 punti dei 40). Che in tutto questo possa influire una cattiva gestione delle energie fisiche è plausibile, ma certamente il problema maggiore è quello mentale.

Cordoba Villarreal

Ma checché se ne dica aver raggiunto due sesti posti con una neo-promossa resta un risultato straordinario, mai nessun club spagnolo c’era riuscito (dato nel quale bisogna considerare come fino agli anni ’90 le qualificazioni europee erano riservate a molte meno squadre). Quest’analisi vuole solo cercare di individuare i punti deboli di una squadra che, sotto la guida di Marcelino, ha dimostrato sì di poter esibire un calcio propositivo spettacolare e ambizioso, ma anche di soffrire di limiti strutturali che sembrano impedirne il salto di qualità. Chiaramente la strada giusta è quella di rinforzare un gruppo già solido con elementi di maggiore livello ed esperienza senza smettere di puntare sulla cantera la cui manutenzione costa un capitale ogni anno (circa dieci milioni di euro tra infrastrutture, investimenti e personale). Dopodiché nessuna statistica potrà mai impedire a una squadra di fare meglio in una parte di stagione rispetto ad un’altra anche perché influiscono moltissimi altri fattori esterni dal calendario (avere più partite facili/difficili in casa/trasferta o le intersezioni fra più competizioni) ai singoli episodi (rigore, espulsioni o altri fatti che condizionano una gara), dagli infortuni alla condizione (della tua squadra o di quella avversaria) e via dicendo.

Sono molteplici le varianti da considerare nell’arco di una stagione, e anche se spesso ci si sofferma a considerare solamente la macchina (il valore di una rosa) o il pilota (l’allenatore), può essere di vitale importanza l’operato dei meccanici (lo staff tecnico e medico) nella corsa agli obiettivi prefissati. Un operato spesso sottovalutato ma che, a mio parere, negli ultimi due anni a Vila-real si è dimostrato molto più influente di quanto si possa ritenere, e la cui combinazione con altri fattori indipendenti ha messo in luce i limiti di una rosa costruita per ambire alla lotta per l’Europa, che invece ha centrato con due giornate di anticipo per due anni consecutivi.

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Mi chiamo Mihai Vidroiu, ma per tutti sono semplicemente Michele, sono cresciuto a Roma, sponda giallorossa. Ho inoltre una passione smodata per il Villarreal, di cui credo di poter definirmi il maggior esperto in Italia, e più in generale per il calcio, oltre ad altri mille interessi.

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