FootLab – L’azionariato popolare: quando il tifoso diventa proprietario del club

Per azionariato popolare nello sport si intende la diffusione della proprietà azionaria di una società presso i tifosi di riferimento. In altre parole il singolo tifoso detiene una partecipazione azionaria della squadra locale o della squadra del cuore, pagando una quota annuale e ricevendo in cambio tutta una serie di benefici, che vanno dalla partecipazione attiva alla gestione della società (ad esempio attraverso le assemblee dei soci o con le elezioni degli organi amministrativi) a tutta una serie di agevolazioni relative a biglietti, eventi, gadget della squadra o ad altre convenzioni con partner commerciali del territorio. La pratica del “Supporters Trust” (questa la denominazione originale) nasce in Inghilterra con lo scopo di creare una sorta di associazione o di cooperativa per la gestione comune della squadra a cui si è legati. Questo tipo di associazione in effetti non ha scopo di lucro e, come nelle cooperative, talvolta non tiene conto dell’apporto economico del singolo azionista nel conferire i diritti di voto, ma semplicemente del numero di teste, privilegiando l’aspetto democratico a quello finanziario.

Chiaramente ogni singolo esempio di azionariato popolare ha le sue caratteristiche peculiari. Talvolta le quote sociali riservate ai soci-tifosi sono solamente una parte minoritaria del totale, per cui la gestione del club rimane in capo agli azionisti di maggioranza, altre volte invece l’intero capitale è appannaggio dei tifosi, ma possono essere previsti comunque diversi tipi di partecipazione attiva alla gestione del club o delle clausole che fungono da filtro all’entrata per i nuovi aderenti. Ad esempio in Germania una legge del 1999 ha introdotto un limite massimo alla quota di proprietà del maggior azionista di una società calcistica. Vale a dire nessun azionista può detenere più del 50% del capitale, per cui la gran parte dei club tedeschi si è naturalmente indirizzata verso l’azionariato popolare. Attualmente Audi, Adidas ed Allianz detengono una quota pari al 9% ciascuno del Bayern Monaco, mentre il restante 73% è composto da piccoli azionisti. Gli esempi più famosi e di maggiore successo, ad ogni modo, provengono dalla Spagna, dove Barcellona e Real Madrid sono entrambe caratterizzate dalla proprietà diffusa tra i propri tifosi, mentre in Italia il fenomeno è scarsamente diffuso e solamente negli ultimi anni sono emersi alcuni casi nelle serie minori.

Un esempio di successo: il Futbol Club Barcelona

Més que un club è il motto del Barcellona, ma è soprattutto la realtà con la quale la squadra di calcio viene percepita in città e in Catalogna in generale. Il Barça rappresenta un modello di valori in cui i supporters si identificano. La squadra di calcio, per il tifoso catalano, non è solamente uno spettacolo sportivo da seguire in tv o allo stadio, ma è anche un’associazione alla cui gestione può partecipare attivamente ed i cui valori vanno ben oltre lo sport assumendo caratteri politici, linguistici, etnici. Il catalano si identifica con i colori sociali del Barcellona, ne diventa membro, partecipa alle assemblee dei soci, riceve in cambio tutta una serie di benefici che sono stati stimati, qualche anno fa, attorno ai 700 euro annui per ciascun socio.

La quota annuale per la singola tessera varia a seconda di criteri anagrafici (sgravi per i più giovani) ed economici, ma l’importo è assolutamente alla portata di chiunque (la quota senior per il 2016 ad esempio è pari a 172 euro), tanto che l’azionariato popolare del Barcellona conta oltre 220.000 membri. Essere socio significa avere diritto a sconti sui biglietti per le partite, alla partecipazione ad eventi ed all’acquisto di gadget del club, ma anche agevolazioni su tutta un’altra serie di servizi e prodotti acquistabili in città, oltre alle tipiche prerogative che la qualità di “socio” conferisce. Ad esempio i soci maggiorenni e con almeno un anno di anzianità hanno diritto di voto nelle elezioni del presidente del club, che si tengono ogni 4 anni. L’assemblea dei soci invece, per motivi pratici, non può essere composta da tutti i membri, ma solamente da una piccola percentuale di essi (attorno al 2%), scelti in parte per sorteggio in parte per anzianità. La gestione della società è delegata al presidente ed al comitato direttivo con lui eletto, per cui gli investimenti finanziari del Barcellona derivano interamente dalla gestione della società e non dalle tasche del patron di turno. Certamente ogni presidente è responsabile della gestione finanziaria ed è chiamato a rispondere in prima persona qualora arrechi un danno alle casse sociali.

E’ attraverso questo modello di business, fortemente identitario, che la società catalana ha sviluppato un modello di calcio tutto suo. La predilezione per la qualità del gioco, gli investimenti nel settore giovanile, l’identificazione con i colori della Catalogna più che con quelli del governo centrale di Madrid sono tutte caratteristiche che derivano dai connotati dei soci-tifosi che, attraverso le elezioni degli organi amministrativi (presidente e comitato direttivo), esercitano il loro potere di indirizzo sul club.

Un esempio italiano: l’Ancona

In Italia l’azionariato popolare non è una pratica molto diffusa, i primi esempi si sono registrati nelle serie minori ed hanno riguardato piccole percentuali del capitale sociale, come ad esempio il 2% dell’associazione Amici del Rimini per il Rimini e dell’associazione Orgoglio amaranto per l’Arezzo, all’epoca (2010) entrambe in Serie D. Anche l’Ancona, ripartita addirittura dal campionato di Eccellenza nel 2010, ha ricominciato la sua vita sportiva con il 2% del capitale sociale in mano all’associazione Sosteniamolancona.

Allora furono l’amministrazione comunale (il Sindaco Fiorello Gramillano fu il tesserato numero 1) e l’imprenditore Andrea Marinelli a stimolare la partecipazione dei tifosi nel nuovo progetto. Nel 2015 poi, con la squadra in Lega Pro, l’88% del club è finito in mano ai tifosi, diventando il primo vero caso di azionariato popolare in Italia. Per una squadra più volte fallita negli ultimi 15 anni, dopo l’ultima apparizione in A con il presidente Ermanno Pieroni, si può facilmente intuire lo scetticismo generale che regnava nell’estate del 2015 attorno ad un progetto innovativo e mai tentato in Italia, ma che per molti addetti ai lavori appariva più come un passo indietro di un imprenditore affidabile che un passo avanti della pratica dell’azionariato popolare. Eppure la squadra allestita in quei mesi, guidata dall’allenatore Giovanni Cornacchini, ha disputato un campionato a dir poco egregio, lottando fino alle ultime giornate con la Maceratese per entrare in zona play off e chiudendo infine con un dignitosissimo quarto posto.

Come per gli esempi di Supporters Trust più celebri, anche Sosteniamolancona si occupa di organizzare iniziative, eventi e manifestazioni in città per incrementare il senso di appartenenza alla squadra ed incentivare la sottoscrizione di quote sociali, oltre che essere convenzionata con diversi operatori commerciali della zona che garantiscono sconti ed agevolazioni ai tesserati. Certamente un anno è ancora un riferimento temporale troppo esiguo per trarre delle conclusioni sull’esperienza marchigiana, ma il fatto che altre realtà italiane, anche più famose, si approccino a questo genere di assetto proprietario evidenzia un trend in ascesa. Tanto per citare uno degli ultimi esempi, il rinato Parma con Nevio Scala presidente prevede la possibilità di arrivare fino ad un 40% del capitale tramite l’azionariato diffuso. Al momento la percentuale si attesta poco sotto al 30%, ma anche l’incredibile risposta della città emiliana alla campagna abbonamenti per la Serie D della passata stagione (oltre 10.000) testimonia la volontà di partecipazione dei tifosi, dato che molti hanno acquistato il tagliando solamente per sostenere dal punto di vista economico la società, senza poi recarsi effettivamente al posto assegnato ogni domenica.

Pro e contro

Come ogni modello di business anche l’azionariato popolare può rappresentare un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, dipende da che punto di vista lo si guarda. Partiamo dicendo che la partecipazione attiva del tifoso alla gestione della propria squadra, seppure attraverso rappresentanti da lui eletti, è un passo molto importante per responsabilizzare i supporters. Quando la società è posseduta dai tifosi, evidentemente azioni nocive alla società stessa sono scoraggiate, sarebbe un po’ come farsi del male da soli. Perché incorrere in multe o provocare danneggiamenti quando poi si paga di tasca propria? Anche le forme di protesta che siamo abituati a vedere nei confronti di presidenti non in sintonia con la tifoseria troverebbero una valvola di sfogo attraverso le vie legali di amministrazione della società: chi ritiene un presidente inadeguato, sosterrà un suo sfidante alle elezioni successive.

Dal punto di vista finanziario, la diffusione della proprietà permette alle società di calcio di racimolare fondi attraverso il contributo di un elevato numero di soggetti, facendo diminuire il peso di grandi azionisti e sponsor più o meno legati al singolo patron. Questa conseguenza per così dire “politica” è uno dei motivi per cui in Italia l’azionariato popolare non è ancora così diffuso. In passato la figura del patron-presidente, che attraverso la società di calcio otteneva uno status ed un potere maggiore anche nelle proprie attività economiche e politiche extra-calcistiche, è stata al centro del modello italiano. Oggi le società cedute dalle grandi famiglie imprenditoriali italiane (vedi Moratti) finiscono spesso in mano a grandi investitori stranieri, anch’essi in cerca di visibilità e potere. Nell’annosa contrapposizione tra capitalismo sfrenato ed attaccamento alle tradizioni, l’azionariato popolare rappresenta per molti un’ancora di salvataggio per far sì che il club calcistico resti attaccato alla sua comunità di riferimento, facendo leva sull’attaccamento alla maglia, sull’identificazione e sull’affermazione dei valori sociali condivisi (siano essi sportivi, politici, etnici, ecc.).

E’ dunque tutto rose e fiori? No, l’azionariato popolare non è esente da vizi. Prendendo a riferimento gli eclatanti casi di Real Madrid e Barcellona è chiaro ed evidente che, indipendentemente dal modello di proprietà, la gestione finanziaria del club può comunque rimanere poco trasparente, se non addirittura in contrasto con la legge. L’affaire Neymar ne è un esempio, ma anche l’alto livello di indebitamento di entrambi i club. Bisogna considerare che in un’elezione presidenziale con un così alto numero di soci votanti entrano in gioco i classici meccanismi della politica. Quindi le fazioni, gli affaristi, le vane promesse, la gestione poco oculata a fini esclusivamente elettorali. Acquistare un giocatore al di là delle proprie possibilità pur di ottenere la rielezione non è poi molto differente dallo stesso meccanismo utilizzato dai politici quando sperperano denaro pubblico o concedono detassazioni e condoni in vista dell’appuntamento con le urne. Finché l’azionariato popolare si impone in società di serie inferiori, con capitali e giri d’affari modesti, il controllo esercitato dai soci-tifosi sulla gestione finanziaria può risultare piuttosto agevole e trasparente, ma più le dimensioni crescono, più il rapporto tra singolo investitore e gestione societaria diventa complesso. In questa complessità nascono gli stessi vizi che caratterizzano le grandi società possedute da singoli o pochi investitori.

Possiamo insomma considerare l’azionariato popolare come un trade-off molto convincente tra capacità di attrarre fondi e mantenimento dei tradizionali valori del club nella comunità di riferimento. Tuttavia, man mano che la platea di soci aumenta e man mano che il business diventa più complesso, è necessario prevedere dei meccanismi di controllo che permettano realmente al singolo tifoso di controllare con trasparenza l’andamento societario, evitando dissesti finanziari ed operazioni azzardate. Avere un maggiore potere può responsabilizzare e fidelizzare il tifoso, ma a patto che le sue risorse non vengano sperperate da affaristi senza scrupoli in cerca di potere e notorietà.

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Cresciuto a pane e telecronache delle proprie partite con le figurine Panini sul campo di Subbuteo, sviluppa una passione viscerale per il calcio, che si trasforma presto in autentica dipendenza. Da sempre dalla parte degli underdog, non scambierebbe mai 1000 vittorie da cowboy con un unico grande successo indiano sul Little Bighorn. Tra una partita e l'altra, trova il tempo per laurearsi in economia, Tuttocalcioestero gli offre l'occasione per trarre finalmente qualcosa di buono dalla sua "malattia" per il pallone, strizzando l'occhio al sogno nel cassetto del giornalismo di professione.

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