Leicester-Liverpool 2-0: Mahrez-Vardy, olio su tela, King Power Stadium

vardy leicester

E’ un capolavoro di bellezza più unica che rara quello che Mahrez e Vardy confezionano al 15′ della ripresa in Leicester-Liverpool. Il lancio dell’algerino, dopo il dribbling in uscita di difesa, sembra quasi una bonaria “spazzata”, ma la palla giunge precisa all’attaccante inglese, che tra gli occhi spalancati degli spettatori mima evidentemente il gesto di chi vuol calciare di prima intenzione. “E’ lontano Jamie, non lo fare!” sembrano gridare in molti. Niente, non ci sente, è in trance agonistica. Bomba da fuori, Mignolet scavalcato, palla all’incrocio, 1-0.

Il Liverpool ci aveva anche provato. E’ vero, il primo tempo si era chiuso con il portiere belga migliore in campo dopo un paio di interventi provvidenziali su Okazaki di testa e Mahrez da fuori (nel primo abbozzo di opera d’arte del match).
Nel secondo tempo, però, la squadra di Klopp aveva iniziato col piglio giusto, chiudendo il Leicester nella propria metà campo.

Il problema è che se i Foxes di Ranieri giocano un calcio essenziale, che si riduce ad un semplice 4-4-2 alimentato da un asfissiante pressing offensivo alla ricerca del contropiede rapido che con 3 passaggi porti al tiro, i Reds sono come dei ragnetti che per azzannare la preda hanno bisogno di costruirgli attorno una ragnatela di passaggi.

Senza Benteke, l’area di rigore avversaria non è zona attaccabile dagli ospiti, ma con Lallana e Milner sulle fasce e un centrocampo con più muscoli che fantasia, è quasi impossibile estrarre dal cilindro un’azione geniale che liberi un tiro facile dalle parti di Kasper Schmeichel. Kantè e Drinkwater disputano una gara encomiabile, correndo come forsennati ed aggredendo i portatori di palla sin dalla tre quarti campo. Non c’è speranza per la lenta manovra Reds.

Il vantaggio, arrivato in una maniera così spettacolare, galvanizza la squadra di casa e affossa il morale del Liverpool. Nonostante l’ingresso di Benteke, i Reds non riescono a creare e si spengono con l’andare dei minuti, mentre il Leicester si destreggia in azioni barcellonesche (splendida quella che libera in area Okazaki, steso in maniera sospetta da Sakho) e ripartenze a mille all’ora.

D’altra parte è fin troppo facile se una volta recuperata palla ci si ritrova quasi sempre in superiorità numerica e con i difensori presi in controtempo. Già ben prima della magia di Vardy si erano intraviste potenziali occasioni da gol perdute solamente per il classico ultimo passaggio sbagliato o intercettato. Poi, quando per una volta il rimpallo favorisce il Leicester, arriva il 2-0, ad opera di nuovo del capocannoniere del campionato.

Klopp raccoglie i cocci di una partita persa senza lottare, di una squadra che è sembrata quasi ritenersi superiore e non esser capace di buttarsi nella mischia quando la gara si è fatta dura.Manca qualità e personalità a questo Liverpool o almeno questo è quanto emerso oggi. Ranieri invece festeggia, ma non troppo. Questa è la prima delle 3 gare della via crucis che porterà il Leicester a sfidare sabato il Manchester City e quindi, la settimana prossima, l’Arsenal.

Prima trappola saltata e non solo, perché con l’inciampo dei Gunners ora i Foxes hanno sempre 3 punti sul City, ma ben 5 sulla strana coppia londinese Arsenal-Tottenham.
La leggenda narra che chi svolta in testa a inizio febbraio vince il titolo (così è successo negli ultimi 11 anni) o quanto meno finisce tra le prime quattro (l’ultima squadra a fallire è stato il Southampton nel lontano 1982), ma qui non si tratta di leggenda, questa è una favola.

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Cresciuto a pane e telecronache delle proprie partite con le figurine Panini sul campo di Subbuteo, sviluppa una passione viscerale per il calcio, che si trasforma presto in autentica dipendenza. Da sempre dalla parte degli underdog, non scambierebbe mai 1000 vittorie da cowboy con un unico grande successo indiano sul Little Bighorn. Tra una partita e l'altra, trova il tempo per laurearsi in economia, Tuttocalcioestero gli offre l'occasione per trarre finalmente qualcosa di buono dalla sua "malattia" per il pallone, strizzando l'occhio al sogno nel cassetto del giornalismo di professione.

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