L’abominio di Florentino: Ancelotti, l’autorevole, saluta la Casa Blanca

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Perez dà il benservito a Carletto Ancelotti. Decisione discutibile…

 

E così sia: Florentino Perez, come ampiamente previsto, ha ufficialmente dato il benservito a Carletto Ancelotti. Una decisione assolutamente legittima, ogni Presidente di una squadra di calcio è libero di scegliersi il tecnico che maggiormente lo aggrada. Ma questa, oggettivamente, lascia molto perplessi. Lascia perplessi giornalisti, tifosi e calciatori: i primi hanno tributato a Carletto un applauso fragoroso durante l’ultima conferenza stampa, evento più unico che raro in terra spagnola; il Bernabeu ha intonato cori in favore del tecnico italiano durante l’ultima di campionato, mentre i giocatori hanno dichiarato al mondo intero la loro dedizione e attaccamento al tecnico reggiano, che ovunque sia passato è riuscito a farsi amare. E vincere. Sì, perché il Sig. Ancelotti, a dispetto dell’atteggiamento (spesso finto) da bonaccione, è sempre riuscito a farsi rispettare usando un’arma non comune, talvolta non convenzionale: l’autorevolezza. Troppo facile essere autoritari. Carlo non lo è. Carlo è autorevole. E questa dote lo ha portato a vincere tre Coppe dei Campioni, unico assieme a Sir. Bob Pasley a riuscire fin qui nell’impresa, anche se l’inglese le conquistò con un’unica squadra, il Liverpool.

La sua mano floscia, come amò definirla durante una conferenza stampa di qualche mese fa, ha portato a casa titoli e coppe in ogni angolo d’Europa, dall’Italia alla Spagna, passando per l’Inghilterra (è suo l’unico double nella storia del Chelsea) e la Francia. Una mano floscia che anche quest’anno, nonostante qualche risultato deludente, è riuscita a sollevare al cielo due trofei che, seppur minori rispetto a Liga e Champions, hanno arricchito la bacheca della Casa Blanca;  il Mondiale per Club e la Supercoppa Europea, oltretutto, non venivano conquistate da oltre un decennio. Dieci, il numero con cui Carlo ha legato indelebilmente il proprio nome a quello del Real Madrid. Un vero incubo la Decima. Un incubo che non sono riusciti a scacciare neppure alcuni dei migliori allenatori degli ultimi vent’anni come Fabio Capello o Josè Mourinho, quest’ultimo abile nel rompere l’incantesimo “ottavo di finale” ma incapace, poi, di sollevare al cielo la maledetta Decima. Ancelotti, invece, al primo tentativo ci è riuscito. E lo ha fatto demolendo letteralmente il Bayern di Guardiola, in quel momento considerata all’unisono la migliore squadra del mondo e spazzata via da un grande Real Madrid, che ammutolì l’Allianz Arena con un 4-0 restato nella storia della  coppa dalle grandi orecchie.

Ma di quel Real Madrid, Florentino Perez ha pensato bene in estate di rinunciare a due pedine cardine: Xabi Alonso e Angel Di Maria. Il primo, regista e fulcro della squadra che conquistò la Decima, se n’è andato per lasciare il posto a Toni Kroos, altro grandissimo giocatore. Ma con caratteristiche tecniche decisamente diverse. Il compito di non far rimpiangere Xabi è toccato a Modric, che ha assolto al proprio dovere in maniera più che dignitosa finché ha potuto calcare il rettangolo verde. Poi, una volta infortunatosi, ha lasciato Ancelotti col cerino in mano, costretto  a barcamenarsi in alcuni esperimenti decisamente arditi (leggasi Sergio Ramos in mediana) per ovviare ad una rosa che, nel ruolo di regista, annoverava di fatto solo il folletto croato. Troppo acerbo e privo del giusto mordente il giovane Illarramendi, bocciato dopo alcune chance non sfruttate adeguatamente. L’addio del “Fideo” Di Maria, vero capolavoro di Ancelotti durante la sua prima annata, ha dato meno verticalità al gioco della Casa Blanca, date le doti tecniche differenti di James Rodriguez. Sia chiaro: Rodriguez è un grandissimo giocatore, in grado di fare le fortune del Real per i prossimi dieci anni. Ma col Fideo, in tutta onestà, era un altro Real.

Florentino, quindi, ha rotto il giocattolo. Non basta fare business per vincere. Non basta cacciare il grano. Serve, per carità. Ma da solo non basta. All’origine di ogni squadra di calcio ci deve essere, giocoforza, un progetto tecnico-tattico condiviso. E se hai la fortuna di disporre di Ancelotti, uno che in carriera – difesa a tre a parte – ha giocato con quasi tutti i moduli esistenti, dall’albero di Natale delle annate rossonere al tridente griffato merengues, i tuoi proponimenti d’alto respiro potrebbero concretizzarsi. Ma Perez, a differenza del suo – da poche ore – ex tecnico, non ha certo la dote dell’autorevolezza. Né tanto meno quello della gratitudine. Un uomo in grado di creare un passivo di mercato superiore a 600 milioni nei dodici anni di presidenza, accompagnati dalla conquista di soli tre campionati spagnoli (i primi due, oltretutto, ad inizio dello scorso decennio) e due Champions, una meno di Carletto. Decisamente poco visto lo sforzo economico profuso, solo parzialmente recuperato dalle entrate economiche derivanti da diritti tv e merchandising, come testimonia il debito – in parte rientrato negli ultimi anni – con alcuni istituti di credito spagnoli. Un uomo, Florentino, che creò la squadra dei Galacticos dimenticandosi di comprare difensori di livello e vendendo, ciliegina sulla torta, un giocatore come Makelele, l’uomo che dava equilibrio e sostanza ad una squadra imbrattata di stelle solo dalla trequarti in avanti. Un uomo, Florentino, che non merita un uomo come Ancelotti. Carletto, l’autorevole.

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