Manchester City-Liverpool, dove eravamo rimasti?

Il Monday Night di ieri sera, che ha rimesso di fronte le due contendenti dello scorso anno, ha parlato chiaro sia nel risultato che nel modo in cui questo è maturato: 3-1 City, con i Citizens che all’inizio hanno creato poco e sofferto tanto, ma che alla prima occasione hanno punito, sgretolando un Liverpool che fino a quel momento aveva giocato bene, che i giocatori di talento li aveva e che ne ha aggiunti di ulteriori, ma che in questo momento non è al livello della sponda azzurra di Manchester. Il punto di partenza è sempre quello della rosa, il Manchester City è oggettivamente una corazzata piena di fuoriclasse da gestire a piacimento. La partita di ieri ne è stata perfetta dimostrazione, la apre e la risolve Jovetic, che fino a 3 mesi fa era un perfetto signor nessuno dalle parti dell’Etihad (Jovetic, eh), la chiude quello che solitamente è il titolare al netto della condizione fisica, ovvero El Kun Aguero, che nei successi del City ha sempre messo la sua firma. Avere a disposizione un abbondanza di questo tipo in tutti i reparti sicuramente fa tanto, ma non è tutto.

Ci vuole anche il carattere, carattere che il Manchester City, ormai lontano dalla romantica e nostalgica figura degli sfigati cugini del glorioso United, ha dimostrato di avere la stagione scorsa e che ha confermato di avere ieri sera. Di contro il Liverpool, che all’inizio aveva imposto il suo bel gioco e la sua filosofia si è sgretolato subito al gol di Jovetic, finendo per crollare in maniera impietosa nella ripresa. Che il Manchester City a livello organico sia superiore al Liverpool è un dato di fatto, ma questo vale per il Liverpool come per quasi tutte le squadre del mondo. Il vero problema del Liverpool è stato il carattere, perché se un gol solo basta per trasformarti da leone ad agnello allora vuol dire che quello step successivo che va varcato per raggiungere le soglie dell’eccellenza è ancora lontano, e quello step non lo si raggiunge solo col gioco, anche se giochi bene come il Liverpool. Sembra quasi che quel carattere, quello che dovrebbe ardere come il fuoco sacro che anima la “Kop” sia svampato quel pomeriggio di Stamford Bridge, quando Gerrard è scivolato a metà campo assieme al suo sogno di gloria in Premier, portato lontano dalla galoppata di Demba Ba nel 2-0 con il Chelsea.

Già il Chelsea, che sabato ha vinto la sfida contro un gagliardo ma in confronto ovviamente modesto Leicester City. Anche il Chelsea come il City ha una rosa lunga, tante alternative e grande carattere. A cambiare sono i condottieri. Dalle parti dell’Etihad c’è Pellegrini, uomo con le sue idee, dal basso profilo, che l’anno scorso si è preso la sua rivincita contro chi dava poco conto a Villarreal e Malaga e riducevano tutto all’Alcorconazo e all’esperienza fallimentare con i primi Galacticos 2.0. Al Chelsea invece c’è Mourinho, colui che aveva riportato il Chelsea in alto 10 anni fa, che il basso profilo non sa sia, che vive felice e consapevole nella sua boria e nella sua spocchia alla ricerca ossessiva della vittoria. Due filosofie diametralmente opposte alla caccia dello stesso obiettivo, la vittoria. In attesa di capire quale sia la consistenza dell’Arsenal e quanto pesi ancora l’alone mistico di Sir Alex Ferguson a casa del Manchester United, partito malissimo ancora una volta. E soprattutto in attesa di capire se il Liverpool del dopo Suarez, partito così e così, riesca a ritrovare quello spirito e quel carattere che prima dello scivolone di Gerrard e del disastro del Selhurst Park gli aveva consentito di tornare grande. In fondo “They ‘ll never walk alone”.

About Emilio Scibona 83 Articoli
Laureato in Storia, proiettato nell'attualità, intossicato dal presente e incuriosito dal futuro. Appassionato di calcio, esaltato dal basket, catturato dal rombo di motore della Formula 1. Rimpiango i tempi che furono ma credo comunque nel domani.

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