Atletico contro Real: squadra che vince non si cambia?

Nella Supercoppa Spagnola di ieri sera si affrontavano due squadre vincenti e fino a qua è lapalissiano perché sempre di una SuperCoppa stiamo parlando. Ma nella sfida di ieri sera tra Atletico Madrid e Real Madrid, si sono affrontate vere vincenti. Entrambe finaliste di Champions League, i primi sono stati in grado di colmare quell’abisso creato nel 2009 da Barcellona e Real Madrid, ponendovisi addirittura sopra e vincendo un campionato che mancava da 18 anni, nonostante la partenza di Falcao, mentre i secondi hanno centrato l’accoppiata Coppa del Re-Champions League, centrando la decima che stava diventando il peggiore (e costoso) degli incubi. Si dice che “Squadra che vince non si cambia” è un luogo comune abbastanza antico. Nel calcio c’è stato chi non ha cambiato dopo aver vinto. Così ha fatto l’Inter, che per riconoscenza al termine dell’incredibile triplete ha confermato la rosa in blocco senza portare nessuna novità di particolare rilievo. E’ finita per cercare di tappare falle acquistando in corso d’opera e finendo mestamente per affondare nei gli anni successivi.

C’è chi invece ha cambiato. Lo ha fatto ad esempio il Barcellona che nel 2009 dopo il suo di triplete ha voluto a tutti i costi Ibrahimovic sacrificando Eto’o finendo per snaturare una macchina perfetta, e lo ha rifatto nel 2011, quando da Campione d’Europa in carica ha voluto a tutti i costi Sanchez e Fabregas (ex canterano strapagato) finendo per andare a creare concorrenza in un sistema strutturato nel gioco e perfettamente gerarchizzato. Lo ha fatto anche il Chelsea, spendendo 100 milioni per portare sì Hazard e Oscar, ma anche gente come Marin e Moses, che con i blues non si sono espressi in modo indimenticabile, finendo si per vincere, ma per vincere una coppa che non avrebbero voluto giocare nemmeno nei loro incubi peggiori specie da campioni d’Europa quale erano, ovvero l’Europa League. A queste si aggiunge il Real Madrid. La premessa è di natura tattica, il 4-3-3 disegnato da Ancelotti che ha portato i Blancos alla gloria aveva in elemento imprescindibile Angel Di Maria, che con la sua corsa e il suo attaccare la profondità con il suo passo rappresentava un alternativa pericolosa su cui le difese dovevano collassare in fase offensiva nonché l’uomo che non lasciava scoperto il campo in fase difensiva tenendo dunque la squadra compatta. In questo modo si è potuto pure permettere un doppio playmaker (dinamico Modric, di posizione Xabi) migliorando la qualità d’uscita del pallone. Una macchina che ha funzionato perfettamente.

Quest’estate dopo il mondiale c’è la possibilità di prendere Toni Kroos, uno dei migliori giocatori del mondiale nonché uno dei migliori centrocampisti d’Europa, a scadenza di contratto per “soli” 24 milioni di euro. Fino a qua ci può stare anche nella logica di sostituzione di Xabi Alonso, grande giocatore sia tecnicamente che all’anagrafe. Poi però il Real Madrid non ha resistito alla tentazione del supercolpo roboante acquistando la Scarpa d’oro (e probabilmente il miglior giocatore, per davvero, dei mondiali) James Rodriguez, pagandolo 88 milioni, cifra che denota il tuo fortissimo interesse e la voglia di farlo giocare. Rodriguez non si discute è un giocatore sublime, ma è anche superfluo. Per farlo giocare, qualcuno deve saltare e a saltare tenendo conto che non puoi rinunciare a Benzema punta perché in quella posizione metteresti Ronaldo, perdendo le sue falcate a sinistra, a saltare è inevitabilmente Di Maria, ovvero l’intuizione geniale, l’ago della bilancia che ha portato al superamento dell’ultimo gradino verso la gloria, che sembrava invalicabile. In Supercoppa Europea il 4-2-3-1 con tutte le stelle in campo ha avuto ragione del Siviglia, ma parliamo del Siviglia e per giunta di un Siviglia ridimensionato.

Nella partita di ieri contro l’Atletico Madrid Ancelotti vista l’indisponibilità momentanea di Ronaldo ha rivarato il 4-3-3 con in campo tre playmaker e James a sinistra schierato da ala, posizione che può anche ricoprire, ma non meglio di Ronaldo e Bale o quantomeno non con quel passo, che fa tutta la differenza. L’Atletico Madrid è andato in porta dopo 30 secondo e dopo un minuto e mezzo ha segnato il gol. Dopo il gol nonostante abbia giocato molto meno il pallone del Real, ha avuto la possibilità continuativa di attaccare la difesa avversaria con pochissimi tocchi, creando grandissimi pericoli, trovandosi di fronte una squadra senza filtro in fase di copertura e costretta a palleggi sonnolenti e stucchevoli, e gli unici pericoli reali sono arrivati da giocate isolate di James Rodriguez. Il problema della sfida di ritorno con l’Atletico, ovvero il dover schierare troppi giocatori di costruzione e d’attacco, è un problema inevitabile che si ripresenterà, perchè James in panchina non può stare, Kroos nemmeno, ma per metterli in campo sei costretto a far saltare le pedine di sostanza come Di Maria. Questo porta a vincere le partite che devi vincere, ma nel momento in cui ti trovi a giocare con un parigrado, finisci per andare sotto, specie se i tuoi avversari sono fisicamente più in forma dei tuoi. Già gli avversari, l’Atletico Madrid gli altri vincitori.

Dopo la finale di Lisbona i Colchoneros erano accompagnati dall’incertezza, con tre dei pezzi migliori già pronti ad approdare al Chelsea ed una situazione debitoria che non necessariamente ti lasciava tranquillità di scelta. La proprietà alla fine ha deciso di rimpiazzare nella maniera migliore possibile i partenti, portando al Calderon giocatori d’affidamento come Siqueira, Ansaldi, Griezmann e soprattutto Mario Mandzukic, ma anche giovani come Saul (rientrato dal prestito dal Rayo), Jimenez, e (si spera) Angel Correa. A cambiare dunque è stata la forma, ma non la sostanza predicata dal Cholo Simeone, ovvero allenamento, forma fisica corsa verticale, aggressione dello spazio che gli avversari non ti vogliono concedere, oppressione degli spazi che gli avversari si vogliono prendere. Perché la squadra che vince non necessariamente la devi lasciare uguale o cambiare. Puoi anche tranquillamente aggiornare. A non cambiare deve essere la mentalità.

About Emilio Scibona 83 Articoli
Laureato in Storia, proiettato nell'attualità, intossicato dal presente e incuriosito dal futuro. Appassionato di calcio, esaltato dal basket, catturato dal rombo di motore della Formula 1. Rimpiango i tempi che furono ma credo comunque nel domani.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.