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Morire di nuovo: un anno e mezzo dopo

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Premessa: al termine della stagione 2014/2015 scrissi un articolo decisamente umorale riguardo la malinconica interruzione dell’intenso rapporto d’amore tra Steven Gerrard e il Liverpool. Ai tempi fu uno dei momenti più bui da quando iniziai ad appassionarmi del Gioco con la G maiuscola: potete capire cosa provo ora, a 18 mesi di distanza, alla notizia che il numero 8 ha definitivamente abbandonato il calcio. Cercare di spiegare ciò che è stato, è e sarà per me Steven Gerrard è impossibile ed appartiene ad una dimensione platonica di amore che mai potrà terminare: tenterò dunque di scrivere le mie sensazioni.

Il miglior modo per iniziare a descrivere Steven Gerrard credo che sia rappresentato da quanto la parte più appassionata dei suoi tifosi, la Kop, abbia voluto dedicargli attraverso uno stendardo che trovate tutt’ora ad Anfield Road. L’iconografia e le parole rendono al meglio l’idea di ciò che è stato Stevie G per chi vi scrive ma, più in generale, per tutti gli amanti del Liverpool (e non solo).

Gerrard
Fonte foto: dailymail.co.uk

La frase è eloquente e di facile traduzione: “Il migliore che c’è, il migliore che c’è stato ed il migliore che mai ci sarà“. Entrare in quest’ottica vi permetterà di capire perché a Liverpool il 24 novembre sarà, a partire da quest’anno, giornata di lutto cittadino. Gerrard ha incarnato tutti quei valori che il calcio inglese si trascina dietro fin dal termine del XIX secolo: onore, tradizione e fedeltà. In sostanza prendendo in dettaglio la scala nazionale, il ragazzo di Liverpool è stato spesso identificato come un elemento di continuità con il football che fu. Sulla scala provinciale, invece, il centrocampista è stato un vero e proprio scouser: fedele alle sue origini, al passato del suo club e sempre pronto a caricarsi sulle spalle delle responsabilità che, quasi sempre, non erano le sue. Ciò nonostante, è sempre stato lì. O almeno fino a ieri.

Gerrard
Fonte foto: squawka.com

Vi chiedo un ulteriore sforzo: prendiamo come modello una qualunque religione monoteista, perché di questo stiamo parlando, ed immaginate che un giorno la divinità che viene adorata, qualunque essa sia, decida di non essere più tale. Siete in grado di immaginarvi il cristianesimo senza Dio? Francamente, io no. Scusatemi, adoro esagerare, infondo stiamo pur sempre parlando di un gioco (non ditelo a Bill Shankly, eh), il più bello del mondo e l’unico che occupa quotidianamente la nostra vita ma sì, insomma, facciamo finta che sia semplicemente un’attività ludica. Smorzare i toni mistici mi permette, almeno in parte, di stemperare quello stato di tristezza che mi circonda: la prima partita che guardai coscientemente e volontariamente, alla tenera età di nove anni, fu la finale di Champions League disputata ad Istanbul tra Liverpool e Milan: che lama tagliente i ricordi! In questa cornice si è sviluppata la mia cultura calcistica: potete ben capire che vedere il numero 8 alzare al cielo quella che fu denominata Coppa dei Campioni voleva significare offrire in maniera completamente genuina un supereroe, più o meno, tangibile e, sicuramente, reale a quello che era poco più che un bambino. Con il passare degli anni si cresce ma in tutti noi resta quell’idolo per il quale siamo disposti a tornare piccoli ancora un po’: per me è stato Steven Gerrard.

Gerrard
Fonte foto: telegraph.co.uk; alla sinistra di Gerrard, Riise e Xabi Alonso, dai come fate a non emozionarvi! 

Il giorno che pose fine alla sua avventura in quel di Liverpool fu uno dei più commoventi della mia vita, quello del suo addio lo è stato forse ancor di più: è come quando sai che il tuo rapporto d’amore, qualunque possa essere, sta per finire e quell’attesa antecedente alla conclusione ti uccide ma ti permette di digerire la delusione, per quanto tremenda possa essere, ma ciò nonostante quando giunge il fatidico momento, muori nuovamente. L’agonia è durata un anno e mezzo ma avrei voluto non finisse mai. L’animo è deceduto per la seconda volta ma l’emozione che ci trascinerà in eterno è il più grande lascito che il numero 8 potesse regalarci. E quindi grazie Steven perché senza di te non avrei mai avuto l’onore di scrivere quest’articolo. Never forget.

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