L’importanza di chiamarsi Roy Hodgson

Roy Hodgson? Ancora? In quanti ce lo siamo chiesto ingenuamente dall’Italia vedendo un Inghilterra inguardabile in TV agli europei francesi? Per un osservatore italiano abituato all’andirivieni delle nostre panchine di serie A è a dir poco inconcepibile che l’allenatore capace di chiudere dietro persino alla disastrosa nazionale di Prandelli nei mondiali brasiliani fosse ancora tranquillamente al suo posto. In Inghilterra, si sa, l’allenatore non sempre è la prima testa a cadere nel caso in cui le cose prendano una brutta piega; qualcuno è stato capace di carriere più che decennali nei club, ma la nazionale apre un nuovo ciclo ogni due anni, si può cambiare anche senza troppi sconvolgimenti di spogliatoio. E invece niente, Hodgson, ad euro 2016 è ancora lì ed i risultati li abbiamo visti.

Che ha combinato Roy? Un disastro dopo l’altro. Innanzi tutto ha palesato idee ben confuse sin dalla fase di selezione dei giocatori per Euro 2016. Con la lista allargata ed alcuni giocatori da spuntare, la sua Inghilterra ha cambiato diverse formazioni e diversi moduli di gioco durante le amichevoli, ma alla prova del nove, le convocazioni ufficiali ed i primi undici da schierare nel match d’esordio, Hodgson ha smentito gran parte dei suoi esperimenti lasciando a casa alcuni elementi che sembravano utili alla causa e mandando in campo contro la Russia un undici di fatto inedito. L’Inghilterra, di base, partiva con una difesa solida al centro (Cahill e Smalling con Stones di riserva), una buona batteria di terzini (Walker, Rose, Clyne e Bertrand) ed un attacco di livello assoluto (Rooney, Kane, Vardy, Sturridge, Rashford). L’unico reparto veramente debole sembrava il centrocampo, con Alli grande promessa sulla trequarti, ma pochi giocatori capaci di organizzare il gioco e garantire sostanza in mezzo al campo. Il campionato appena concluso, però, offriva alcune alternative interessanti a Roy Hodgson. Innanzitutto il Leicester col suo metronomo Drinkwater, reduce da una stagione sfavillante, ma anche Dier del Tottenham a protezione della difesa e Milner del Liverpool, uno dei giocatori di maggiore sostanza con record su record di chilometri percorsi in partita ed un piede niente male.

Il buon Roy ha scelto, ma non ha saputo farlo oppure l’ha fatto solo a metà. Crogiolandosi su un grande attacco e sulla possibilità di arretrare Rooney si è fatto inspiegabilmente attrarre dall’idea di giocare con due ali larghe, che francamente era un’opzione a cui non molti avevano pensato e non per carenza di lungimiranza, sacrificando il reparto che per l’appunto sembrava più in difficoltà, il centrocampo. Magari un altro allenatore avrebbe cercato di lavorare sui difetti della squadra, lui li ha nascosti sotto al tappeto, inserendo Raheem Sterling e Adam Lallana, due buoni giocatori (se si tralascia il costo del cartellino del primo), ma poco credibili come titolari indiscussi. Con due ali dotate di un po’ di fantasia (nulla più), ma con scarse attitudine difensiva e prestanza fisica, a fronte di una linea mediana composta da un attaccante arretrato (Rooney), un trequartista adattato (Alli) ed il solo Dier in copertura, la squadra ha perso qualsiasi tipo di equilibrio sia in fase di possesso che di non possesso.

Drinkwater lasciato a casa e Vardy in panchina sono state poi le ciliegine sulla torta del disastro! Nel calcio esistono anche alcune variabili che esulano dalla razionalità. L’onda lunga dell’annata del Leicester poteva essere sfruttata anche in nazionale, esattamente come ha fatto Deschamps dando spazio a Kanté nel centrocampo della Francia seppure non fosse stato quasi mai convocato in passato. L’ideona di far battere i calci piazzati all’attaccante più alto, Kane, e la ricerca di una partita fisica e dei cross alti in area contro l’Islanda, che sulla prestanza fisica e le palle alte ha costruito le sue fortune, hanno fatto il resto e, dopo aver superato il girone grazie ad una immeritata vittoria in extremis sul Galles (raggiunta, guarda caso, quando gli schemi iniziali erano saltati), gli inglesi si sono ritrovati a casa, a fare i conti con quella che sembra l’umiliazione più incredibile della più che centenaria storia della nazionale dei tre leoni. Qualcosa di simile alla doppia disfatta contro l’Ungheria degli anni ’50 che fece scendere i “maestri” dal piedistallo per tornare a giocarsela coi “comuni mortali“, scoprendo di non essere affatto i migliori. Solo che stavolta di fronte c’era la selezione calcistica di un Paese di 300.000 abitanti, altro che Puskas e Hidegkuti!

Qualsiasi federazione, dopo un disastro del genere, sarebbe ricorsa alla rescissione del contratto (tra l’altro il più esoso fra quelli dei C.T. presenti a questo europeo!), ma la Football Association ha tacitamente aspettato le dimissioni, seppure qualcuno adombri il sospetto che il commiato di Hodgson fosse stato già scritto proprio dai dirigenti della federazione inglese. L’importanza di chiamarsi Roy Hodgson verte soprattutto sul cognome (gli inglesi lo pronunciano con la “g” dolce al contrario di noi italiani), che non è né ErikssonCapello, insomma è inglese. Verrebbe da dire che, se volessimo continuare a citare l’irlandese Oscar Wilde, la sua storia è più simile a quella del Ritratto di Dorian Gray, con tutte le magagne di un mondiale disastroso nascoste in soffitta e lui, intonso, ad allenare ancora la stessa squadra come se nulla fosse.  Gli inglesi non ci stanno ad affidare la loro panchina più prestigiosa ad un allenatore straniero. Eppure in Premier League, dopo l’incredibile successo dell’italiano Ranieri, l’anno prossimo si contenderanno il titolo Mourinho, Guardiola, Conte, Klopp, Pochettino e via dicendo. Senza dimenticare l’olandese Koeman appena passato dal Southamtpon all’Everton e gli altri italiani Mazzarri e Guidolin, rispettivamente alla guida di Watford e Swansea. Che cosa vuol dire? Semplicemente che non esiste una scuola di allenatori inglesi degna di questo nome. Non esiste un allenatore inglese che, ad oggi, sia capace di guidare una qualsivoglia squadra ad un titolo nazionale o continentale.

Quindi che cosa chiedono gli appassionati di calcio inglesi? Chi sarà il prossimo C.T.? Nel clima Brexit che si respira furente al di là della Manica, talmente alto è il sentimento nazionalistico che non pochi continuano a tenere il paraocchi e vedere solo possibili successori inglesi. Harry Redknapp, Alan Pardew, Sam Allardyce godono di un forte seguito ed alcune testate giornalistiche li danno per favoriti. Altri nomi inglesi che si fanno sono Gary Neville (nonostante il disastro di Valencia!) o Gareth Southgate (attualmente all’under 21). Come se nulla fosse, l’Inghilterra di Dorian Gray vorrebbe continuare a nascondere i suoi disastri in soffitta ed andare avanti col sorriso sulle labbra, forse la stessa Inghilterra della paura dello straniero che ha portato a votare l’uscita dall’UE, ma poi al tempo stesso idolatra Ranieri a Leicester, Di Canio al West Ham, Zola al Chelsea Henry all’Arsenal, solo per citarne alcuni. Ora l’F.A. dovrà mettere sotto contratto un allenatore che trascini fuori dal lungo tunnel di ingloriosi risultati internazionali la nazionale dei tre leoni e si troverà di fronte ad un bivio: da un lato la strada filo-patriottica dell’allenatore inglese, dall’altro la strada europea (De Biasi poco probabile, Bilic più quotato), meno popolare attualmente, ma decisamente più realistica se l’Inghilterra non vuole definitivamente uscire dal cerchio delle grandi nazioni calcistiche europee.

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Cresciuto a pane e telecronache delle proprie partite con le figurine Panini sul campo di Subbuteo, sviluppa una passione viscerale per il calcio, che si trasforma presto in autentica dipendenza. Da sempre dalla parte degli underdog, non scambierebbe mai 1000 vittorie da cowboy con un unico grande successo indiano sul Little Bighorn. Tra una partita e l'altra, trova il tempo per laurearsi in economia, Tuttocalcioestero gli offre l'occasione per trarre finalmente qualcosa di buono dalla sua "malattia" per il pallone, strizzando l'occhio al sogno nel cassetto del giornalismo di professione.

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