Premier League: annuntio vobis gaudium magnum, habemus Tottenham!

La vittoria contro il Manchester City lancia definitivamente il Tottenham nella lotta al titolo nella Premier League più pazza dai tempi dei Blackburn Rovers. 2 punti di distacco dalla capolista Leicester, 4 di vantaggio dal Manchester City in quarta posizione e ben 10 sul Manchester United quinto. Ed ancora: miglior difesa con soli 20 gol subiti e secondo migliore attacco con 47 gol fatti, 3 sole gare perse come il Leicester di Ranieri e nessun altro. La formazione: Vertonghen ed Alderweireld in difesa sono decisamente una delle coppie migliori d’Inghilterra, l’altro belga Dembélé in mezzo al campo è uno dei pochi mediani della Premier ad avere anche le idee chiare in fase di impostazione di gioco, la fantasia di Eriksen ed il talento cristallino del miglior classe ’96 del campionato, Dele Alli, fanno della trequarti campo degli Spurs una degna rivale dei top team quali Arsenal, City o Chelsea e davanti c’è il sempre più confermato Harry Kane, oramai qualcosa di più che la rivelazione di una stagione. Aggiungete infine gli ottimi terzini Walker e Rose, la diga davanti alla difesa Eric Dier ed un reparto di ali composto da Lamela, Chadli e Son.

A dirla tutta, però, l’uomo in più di questo club è sicuramente Mauricio Pochettino, allenatore preparato, che sfrutta un momento del calcio inglese in cui la tattica sembra passare in secondo piano rispetto allo spettacolo e paga dazio finora solamente alla scuola italiana di Claudio Ranieri. Il Tottenham non ha mai lesinato investimenti negli ultimi anni, ma mai era arrivato a questo punto della stagione con questi numeri. La squadra ha annoverato tra le sue file anche Gareth Bale, eppure neanche nel suo anno di grazia (il 2012/13) gli Spurs erano andati così vicini al bersaglio grosso. Nell’era della Premier League la squadra londinese ha centrato la qualificazione Champions (i primi 4 posti) solamente una volta, nel 2010, riuscendo poi a raggiungere i quarti di finale nella coppa che non frequentava dal lontano 1962. Nel 2012 la qualificazione alla massima competizione europea, nonostante il quarto posto, era stato loro scippata dal Chelsea campione d’Europa e sesto in campionato. Quest’anno ovviamente c’è una Luna strana.

Per larga parte della stagione la corsa al titolo è sembrata un discorso a due tra City ed Arsenal, con l’intralcio della favola Leicester. Il dominio più che decennale di Chelsea e squadre di Manchester (ultimo successo dell’Arsenal nel 2004) si è improvvisamente dissolto nel nulla. Lo United è entrato in una lenta e difficile fase di ricostruzione post-Ferguson e lo si poteva intuire. La sorpresa è stata la debacle totale del Chelsea di Mourinho. Adesso, però, dopo le passeggiate all’Etihad di Leicester e Tottenham, anche l’appeal del City ha subito un duro colpo e la notizia del cambio di allenatore a giugno non può certo giovare allo spogliatoio. In questo contesto, coi riflettori puntati sulla favola di Ranieri, Vardy e Mahrez, nessuno si è accorto che nell’ombra, quatto quatto, il Tottenham risaliva posizioni di giornata in giornata, fino a che, con il balzo di domenica a Manchester, si è dovuto fare necessariamente i conti con la nuova realtà: gli Spurs quest’anno ci sono. Oltre al Leicester, il cui organico, seppur combattivo ed atleticamente validissimo, resta tecnicamente inferiore a quello della squadra di Pochettino, per la corsa al titolo sembrano essere rimasti “solamente” gli acerrimi rivali dei Gunners, salvo colpi di coda della corazzata di Pellegrini.

Il finale di campionato dunque si annuncia particolarmente thrilling a White Hart Lane, perché è vero che nella migliore delle ipotesi i tifosi festeggeranno un titolo in cui ora cominciano a credere dopo 45 anni dall’ultimo trionfo, ma è altrettanto vero che nella peggiore delle ipotesi si potrebbe configurare un secondo posto dietro all’Arsenal: il più catastrofico scenario possibile per un tifoso Spurs.

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Cresciuto a pane e telecronache delle proprie partite con le figurine Panini sul campo di Subbuteo, sviluppa una passione viscerale per il calcio, che si trasforma presto in autentica dipendenza. Da sempre dalla parte degli underdog, non scambierebbe mai 1000 vittorie da cowboy con un unico grande successo indiano sul Little Bighorn. Tra una partita e l'altra, trova il tempo per laurearsi in economia, Tuttocalcioestero gli offre l'occasione per trarre finalmente qualcosa di buono dalla sua "malattia" per il pallone, strizzando l'occhio al sogno nel cassetto del giornalismo di professione.

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