Copa America, l’analisi: El Tata e l’Albiceleste dei timidi

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Nato il 4 luglio. Il Cile alza al cielo la Copa America, la prima della sua storia, e lascia Ecuador e Venezuela col record, non proprio entusiasmante, di uniche selezioni sudamericane a non aver mai vinto il trofeo. Un trionfo avvenuto solo ai calci di rigore, dopo 120 minuti doubleface: decisamente gradevoli per tutto il primo tempo, poi troppo tattici e con poche emozioni nella parte restante del match. Un successo epico, che mette il punto esclamativo ad una generazione cilena ricca di talento, la migliore, sicuramente, nella storia della Roja. Un successo, per quanto visto stasera, meritato, in virtù della maggior mole di gioco creata dal secondo tempo regolamentare in avanti.

Ma la storia, oltre alla vittoria della Roja, ricorderà l’ennesima serata maledetta di Messi. Risorto contro il Paraguay, il talento argentino ha inciso poco nella serata più importante, quella che lo doveva consacrare definitivamente con la maglia dell’Albiceleste. Precisiamo: Messi è un giocatore fantastico e fantascientifico, il migliore della sua generazione (non ce ne vogliano i fans di Cristiano Ronaldo), un talento cristallino che, senza dubbio alcuno, resterà nella storia del calcio. Ma quel paragone scomodo, e totalmente inutile aggiungiamo noi, con Maradona, è destinato a tormentarlo ancora per molto tempo. Purtroppo.

E pensare che se qualcun’altro, all’ultimo secondo dei tempi regolamentari, avesse fatto il proprio dovere sotto porta, la Pulce, con ogni probabilità, avrebbe ricevuto degli elogi scorticati per la splendida invenzione con cui ha servito il pallone a Lavezzi. Ma evidentemente doveva andare così: il Pocho, anizichè calciare, ha preferito servire Higuain, che ha fallito il match-point. Dopo Rio, anche Santiago non ha rotto il tabù dell’Albiceleste, che l’anno prossimo, nell’edizione “extra-lusso” del Centenario della Copa America in programma negli USA, avrà l’ennesima chance per terminare un digiuno iniziato nel 1994 e non ancora terminato.

Nell’ultima vittoria dell’Argentina, datata Copa America’93, l’attacco era affidato a Gabriel Omar Batistuta, punta di razza, calciatore di grande tempra e freddezza, doti quest’ultime che, purtroppo per gli argentini, non appartengono a Gonzalo Higuain, El Pipita. Troppo facile ed ingeneroso, dopo ieri sera, modificare il soprannome e italianizzarlo con un epiteto poco carino nei suoi confronti. Ma nel mancato successo pesano, come dodici mesi fa in Brasile, gli errori in fase realizzativa dell’attaccante del Napoli. Il goal fallito al ’92, pur con la complicità di un timido Lavezzi (che non calcia da buona posizione preferendo servire l’accorrente Gonzalo sul secondo palo), e soprattutto il penalty malamente spedito alle stelle nella lotteria dei calci di rigore quando la situazione era ancora in parità, peseranno indelebilmente nel futuro rapporto del Pipita con l’Albiceleste.

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L’errore dal dischetto di Higuain, ancora una volta poco freddo nel momento decisivo

Abbiamo attribuito l’aggettivo “timido” a Lavezzi, ma potremmo estenderlo a tutti i componenti del fronte offensivo argentino scesi in campo questa sera. Oltre ai già citati Pocho, Pipita e Pulce, è da rimarcare l’ennesima prova deludente del Kun Aguero, autore di una prova priva di mordente, incapace di dare pericolosità e imprevidibilità all’attacco dei sudamericani. E i rimpianti per il mancato utilizzo dellhombre del pueblo, aumentano esponenzialmente. Tevez, infatti, avrebbe potuto dare grinta e carisma ad una squadra che di leader carismatici, al di là di Mascherano, difetta in maniera clamorosa. Tanta classe, giocatori divini tecnicamente, ma che spesso si specchiano troppo nella loro bellezza, evidenziando dei limiti caratteriali ormai arcinoti a tutti.

Di giocatori in via di guarigione dalla timidezza, segnaliamo Pastore. Anche stasera, così come mostrato durante l’intera Copa America e, più in generale, nell’ultima annata, El Flaco ha preso spesso per mano la squadra, facendo da raccordo fra il centrocampo e l’attacco, regalando spunti della sua classe sopraffina. Stupisce, o meglio, lascia interdetti, la scelta di toglierlo – all’ottantesimo – per far entrare l’eterno incompiuto Banega, un giocatore che doveva esplodere ma non è mai riuscito nel suo intento. E anche qui, come il caso di altri compagni, i limiti caratteriali la fanno da padrone, vedasi l’errore dal dischetto commesso ieri sera.

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Messi, a capo chino, sfila davanti alla Copa America…

Una scelta, quella di togliere il pimpante Pastore, che Martino dovrà giocoforza giustificare. Il tecnico argentino mastica amaro, amarissimo: perde la seconda finale consecutiva di Copa America, commettendo degli errori evidenti nella gestione del reperto offensivo, incapace di riequilibrare la squadra dopo l’uscita per infortunio di Di Maria, e si prepara a subire una marea di critiche da parte della stampa argentina. Ma attenzione, guai a fare del Tata, pur con gli sbagli commessi, il principale responsabile della disfatta argentina. In tanti, troppi, negli ultimi anni non sono riusciti a vincere sulla panchina dell’Albiceleste. Da Passarella, all’epoca considerato un guru del calcio argentino, passando per Bielsa, Pekerman, Basile e Sabella, tutti allenatori con un pedigree inattaccabile, più nobile, in molti casi, di quello di Martino.

Ma se in qualche raro periodo all’Argentina è mancato un po’ di talento, spesso compensato dalla “garra”, quella degli ultimi dieci anni, guidata in panchina da cinque commissari tecnici differenti, ha esattamente il problema opposto. Non basta disporre del miglior attacco del globo, di un centrocampo – considerate anche le mezze punte/trequartisti – di qualità eccelsa, paragonabile solo a quello della Germania. Serve altro, serve di più. Non basta essere alti, attraenti, biondi e con gli occhi azzurri, per convincere la più bella del liceo ad uscire con te. Ci vuole anche coraggio, provarci, talvolta insistere, perché la “preda” è preziosa, ambita, vuole essere corteggiata e sa che tutti la vogliono. Lei, la Copa, sarà di nuovo disponibile fra un anno, negli USA, e sarà ancora più difficile da conquistare, perché le pretendenti saranno sedici e perché lei, la Copa, sarà più bella che mai, vestita a festa per il centesimo compleanno. Riusciranno i belli – ma non certo dannati – argentini a trasformarsi in audaci seduttori e farla propria?

 

 

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