Copa America: Cile-Argentina, la finale annunciata che scriverà la storia

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Nato il 4 luglio o rinato il 4 luglio. Parafrasando il famoso film di Oliver Stone, l’atto finale della Copa America, che cade nel fatidico giorno in cui gli Stati Uniti dichiararano la propria indipendenza dalla Gran Bretagna, scriverà in ogni caso la storia. Un epilogo annunciato, decisamente atteso dal momento in cui, qualche mese fa, furono resi noti i tre gironi della prima fase, sanciti al termine di un sorteggio particolarmente favorevole alla Roja, padrona di casa. Da quel giorno, infatti, tutti i pronostici ed incroci ipotizzati portavano ad un’unica finale: Cile-Argentina. Certo, molto probabilmente nessuno si sarebbe aspettato di trovare  in semifinale Perù e Paraguay, specie quest’ultima, che ha concesso un clamoroso bis ed ha estromesso – come quattro anni fa in Argentina – il Brasile ai quarti di finale. Ma sulle compagini protagoniste dell’atto finale, i dubbi, nonostante la Copa America spesso regali emozioni e risultati imprevedibili (vedasi il quarto posto ottenuto dal Venezuela quattro anni fa), sembravano pochi: il Cile, padrone di casa, si presentava col chiaro intento di vincere finalmente la Copa America a suggello di un periodo storico particolarmente florido per il proprio calcio, mentre l’Argentina si proponeva come la squadra da battere, ricca di talento in ogni zona del campo e desiderosa di riscattare la finale persa, dodici mesi fa, a Rio de Janeiro.

Cile-Argentina doveva essere, Cile-Argentina sarà. Esistono, però, delle differenze decisamente sostanziali su come Roja e Albiceleste siano arrivate a conquistarsi la finale, sia nella qualità del gioco espresso che nei risultati colti. L’esempio più lampante, lo si è avuto stanotte: l’Argentina ha letteralmente demolito il Paraguay, compagine che aveva dimostrato fin qui un’ottima organizzazione di gioco e un reparto arretrato piuttosto solido, nonostante qualche piccola amnesia. Gli uomini del Tata hanno letteralmente impressionato, dimostrandosi finalmente cinici e spietati anche in fase realizzativa, elemento, quest’ultimo, che è decisamente mancato nelle precedenti quattro partite. L’Albiceleste, infatti, ha dominato sempre – ad eccezione del secondo tempo nel match di debutto contro il Paraguay – le proprie avversarie, ma davanti, complice anche un Aguero non particolarmente brillante (e lo è stato anche ieri, nonostante la marcatura realizzata), è mancata di mordente.

Stanotte invece, dopo essersi liberata dei fantasmi di una possibile seconda remuntada Guarani, materializzatasi dopo il gol di Barrios in chiusura di prima frazione, la squadra del Tata è ripartita a spron battuto nella ripresa, trovando immediatamente il terzo goal con Di Maria, bravo poi a calare il poker argentino dopo solo sei minuti dalla riprese della ostilità. Distrutte le certezze del Paraguay, improvvisamente allungatosi alla ricerca disperata di un’impresa al limite dell’umana concezione, i vice-campioni del mondo hanno giocato sul velluto, approfittando solo limitatamente di una squadra, quella del Pelado Diaz, decisamente alla sbando. Il risultato finale, un 6-1 di stampa tennistico, è ampiamente meritato dall’Albiceleste, che può brindare per lo straordinario stato di forma dei suoi tenori, Messi in primis. Eh sì, proprio la Pulce, praticamente inesistente contro i Cafetoros, è stato autore di una prova monstre, nonostante non abbia timbrato il cartellino. Tre assist vincenti e un goal, il quarto della Seleccion, praticamente inventato dai suoi piedi fatati, sono un bottino più che sufficiente per erigerlo a hombre del partido, titolo meritato anche per la leadership esibita, caratteristica non proprio comune al Messi in formato Albiceleste.

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Messi scruta l’orizzonte: il 4 luglio può finalmente entrare nella storia dell’Albiceleste

Se il cammino degli argentini, pur con qualche intoppo, è stato virtuoso e spesso convincente, non si può dire altrettanto dei cileni. La squadra di Sampaoli, infatti, ha convinto solo a tratti, accusata – spesso non a torto – di essere aiutata da sviste (o presunte tali) arbitrali. Il girone di qualificazione, nonostante l’inutile cinquina rifilata alla Bolivia in un match reso totalmente privo di senso dalla vittoria strappata dall’Ecuador – poche ore prima – contro il Messico, ha sgretolato le certezze della Roja e del proprio tecnico, passato dalla difesa a 3 a quella a 4 al termine delle prime due deludenti uscite. Dopo la vittoria di misura ottenuta ai quarti di finale contro l’Uruguay, meritata visto l’atteggiamento ostinatamente difensivo adottato dalla Celeste ma segnata dall’ingiusta espulsione comminata a Cavani sul punteggio fermo sullo 0-0, la Roja ha strappato un successo decisamente poco convincente in semifinale contro il Perù, agevolato ancora una volta da alcune decisione arbitrali favorevoli: giocare in superiorità numerica per quasi settanta minuti e rischiare, a più riprese, di capitolare al cospetto di una squadra tecnicamente inferiore, è un sintomo evidente della poca brillantezza dei padroni di casa. Stress, paura di mancare l’obiettivo, elementi che sicuramente hanno influito negativamente nelle prestazioni offerte. Oltre a questo, però, vanno aggiunti alcuni evidenti errori di Sampaoli, decisamente meno lucido rispetto a dodici mesi fa in Brasile.

Per i cileni, mai come in questa occasione, la cosa che più contava era arrivare all’atto finale. E Sampaoli, dopo aver riportato il Cile fra le prime sedici del mondo sfiorando addirittura l’accesso ai quarti di finale, ha centrato l’obiettivo. In finale, però, sarà tutta un’altra musica. Il minuscolo tecnico di Santa Fè ne è sicuramente consapevole, com’è altrettanto conscio che questa sia un’occasione rara, forse unica, per scrivere indelebilmente il proprio nome nella storia della Roja e non solo. Ma l’appuntamento con la storia non è solo appannaggio dei cileni. L’Albiceleste, infatti, può tornare a sorridere a ventidue anni di distanza dall’ultima competizione vinta, una Copa America conquistata in Ecuador grazie alle mitragliate di un giovane Omar Gabriel Batistuta, all’epoca fresco di retrocessione in Serie B con la Fiorentina. La storia del calcio, inoltre, è ancora in attesa di lui, la Pulce, Lionel Messi. Il dieci argentino, numero mai banale nella sua terra natia, deve vincere per liberarsi di un fardello pesante, pesantissimo: quello di perdente con la maglia della Seleccion. Il 4 luglio, quindi, nascita (Cile) o rinascita (Argentina), la fiaba del calcio scriverà un capitolo non banale e particolarmente suggestivo. E qualche bambino, a Santiago o Buenos Aires, si godrà il lieto fine.

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