Bundesliga, analisi – L’Amburgo crede in Diaz fino al novantesimo: è salvezza!

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BUNDESLIGA, RELEGATION-SPIEL  – Si dice che la fortuna aiuta gli audaci. Ma si può definire audace l’Amburgo? Una squadra che, a parte il derby vinto in casa contro il Werder e poco altro, si è resa protagonista di una stagione abominevole, lontana dai fasti di un tempo e decisamente non all’altezza di una società mai retrocessa in Zweite Liga, unica nella storia ultra cinquantenaria della Bundesliga. E anche il Relegation-spiel, affrontato per il secondo anno consecutivo, ha ricalcato in toto la stagione dei Rothosen, impalpabili nel match d’andata, salvati da un lampo di Ilicevic dopo aver rischiato di andar sotto di due goal, e oggi inconsistenti per settantasette minuti, conditi dallo stesso, stanco, abulico, spartito: possesso palla sterile, totale assenza di pericolosità in fase offensiva e nessuna vera palla goal creata.

Poi, all’improvviso, un sussulto: il Karlsruher passa in vantaggio grazie a Yabo, che insacca grazie allo splendido assist (un lob, rubando un termine caro al mondo del tennis) fornitogli da Hennings. Qui, paradossalmente, la stagione dell’Amburgo svolta. Svolta, perché gli undici in campo con la maglia rossa si ricordano di avere anche grinta, dote mai esibita da agosto fino al settantasettesimo minuto del 1 giugno. Svolta, perché Labbadia le prove tutte ed inserisce un difensore, Cleber, come centravanti boa, ruolo in cui, viste le deludenti prove fornite quest’anno, fa sicuramente meno danni. La vergogna di essere ricordati come i protagonisti della prima retrocessione del glorioso HSV si scorge sui volti dei giocatori ospiti, che fanno un tutt’uno col rosso della divisa sociale con la quale sono scesi in campo stasera.

All’improvviso, i centrocampisti si ricordano che possono giocare palla lunga, in profondità, per Lasogga, un attaccante dalle doti tecniche limitatissime, in grado, però, di dare il meglio di sé se c’è da battagliare e fare sponda per i compagni di squadra. E l’attaccante di Gladbeck, costato dieci milioni la scorsa estate per strapparlo all’Hertha (Micheal Preetz, dirigente dei capitolini e artefice dell’operazione, rischia di essere incriminato per truffa, considerato il costo esorbitante del trasferimento), trascina i suoi, mostrando una tempra da leader carismatico raramente esibita nella sua carriera: prima impegna Orlishausen (che rischia la papera) e poi coglie il palo con un’imperiosa zuccata di testa. I compagni lo seguono, si dimostrano audaci. O forse, disperati. Dei disperati audaci, verrebbe da dire.

E al novantesimo, grazie ad un calcio di punizione generosamente concesso dall’arbitro per un fallo di mano involontario di Meffert su un tiro ravvicinato di Rajkovic, la squadra in maglia rossa, con i giocatori rossi in volto dalla possibile gogna a cui stanno per andare incontro, trova il pareggio. Quando si è disperati, ad Amburgo, si prega Diaz. E il cileno, con una splendida pennellata d’autore, mette la palla in prossimità dell’incrocio dei pali, laddove il povero Orlishausen non può arrivare. Giocatori e staff tecnico amburghesi tirano un sospiro di sollievo. Labbadia respira, vede la salvezza più vicina, e con sé la probabilissima conferma sulla panchina anche nella prossima stagione (ma perché, caro Beiersdorfer?). Ma prima, però, ci sono i tempi supplementari. E chi si aspetta che l’inerzia del match sia tutto appannaggio dei Rothosen, si sbaglia. Gli ospiti mantengono il pallino del gioco in mano, ma l’occasione migliore del primo tempo supplementare capita sui piedi di Nazarov, che lascia partire un destro ad incrociare sul secondo palo, fuori di poco alla sinistra di Adler.

Il KSC si fa preferire anche nelle prime battute del secondo tempo supplementare, senza tuttavia creare grattacapi alla porta difesa da René Adler, ormai pienamente recuperato sotto la gestione Labbadia. L’Amburgo torna lentamente padrone del campo, a farla da protagonista, però, è la stanchezza dei ventidue calciatori sul rettangolo verde. Tutto lascia presagire ad un epilogo visto raramente durante il relegation-spiel: i calci di rigore. Ma a cinque minuti dal termine, con la difesa del KSC allo sbando, i Rothosen trovano il goal della salvezza: assist dalla sinistra di Cleber (incredibile amisci, avrebbe detto un noto connazionale del difensore brasiliano) e comodo appoggio in rete di Nicolai Muller, che insacca all’interno dell’area piccola. Lo spicchio di stadio destinato agli oltre tremila supporter’s Rothosen, ribolle (anche troppo) d’entusiasmo. La Polizei è lì, inflessibile, da quando Yabo ha portato in vantaggio il Karlsruher; prima si temevano incidenti, ora si cerca di arginare una festosa invasione di campo. Prima del triplice, liberatorio, fischio finale, René Adler da un saggio della sua infinita classe: para un calcio di rigore eseguito da Hennings e mette la sua firma d’autore sulla salvezza dell’Amburgo, dopo una stagione che spesso, e ingiustificatamente, l’ha visto relegato in panchina in favore di Drobny.

Al Wildparkstadion, e sui maxi-schermi installati al Volksparkstadion di Amburgo, è festa Rothosen. Quest’anno, in casa HSV, si è stati virtualmente  in Zweite Liga fino al novantunesimo minuto della gara di ritorno del Relegation-spiel, riuscendo a far peggio della scorsa stagione. Negli ultimi quattro anni, l’Amburgo ha lottato per non retrocedere per ben tre volte, uno smacco per il club anseatico. Visto lo spavento provato, la festa abbia inizio. Ma da domani, in casa Rothosen, deve vigere una sola, inequivocabile, parola: rivoluzione. Mezz’ora intrepida, il prossimo anno, potrebbe non bastare. E la fortuna, per così poca audacia durante l’intero arco della stagione, non ti aiuta certo una seconda volta….

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