Barcellona e i fischi alla Marcha Real: 90 anni dopo si ripete la storia

stadio el corts barcellona

L’aspetto sportivo ha, come quasi sempre e giustamente accade, preso il sopravvento: le magie di Messi e il Barcellona a un passo dalla seconda “tripletta” della sua storia (con progetto di sestetto) occupano le prime pagine della stampa sportiva nazionale e mondiale. Ma la finale di Coppa del Re contro l’Athletic Bilbao ha probabilmente vissuto il momento di maggiore intensità emotiva ancora prima che si desse il calcio d’inizio. Era il momento, temutissimo, dell’inno nazionale. Ed è andato tutto come ci si aspettava: fischi assordanti, note quasi non captabili dall’orecchio umano.

Il Camp Nou (o almeno la stragrande maggioranza dei 90mila che ieri sedevano sulle gradinate) ha così reso indimenticabile la prima finale presenziata da Re Felipe VI. Novanta anni fa, nel 1925, lo stadio Les Corts (anteriore all’attuale casa dei blaugrana) fu chiuso per tre mesi (la prima sanzione ne prevedeva sei) a causa dei fischi alla Marcia Reale e dei seguenti applausi all’inno inglese, “God save the queen”, suonato dalla British Royal Marine presente in quei giorni nel porto di Barcellona. Si giocava un match amichevole contro il Club Esportiu Júpiter, squadra del quartiere di Poblenou, per omaggiare l’Orfeó Català. La protesta contro il Generale Miguel Primo de Rivera, dittatore durante quasi un decennio – dal ’23 al ’30 – e contro il potere centrale che aveva negato il permesso per lo svolgimento della gara, fu clamorosa. Seguirono anche le dimissioni del leggendario Presidente del FCB, Joan Gamper, colui al quale è dedicato il trofeo che ogni anno, in agosto, viene messo in palio al Nou Camp.

Nel 1963, anno dell’altra finale ospitata dal celeberrimo impianto, c’era Franco sul palco d’onore: poco spazio, anzi nessuno spazio, a manifestazioni di dissenso. La “Copa del Generalisimo” andò al Barcellona, 3-1 al Saragozza con rete anche del magiaro Kocsis, uno dei fuoriclasse dell’Ungheria che nove anni prima perse in modo incredibile la finale del Mondiale contro la Germania Ovest.

Il destino ha voluto che delle ultime sette finali, tre abbiano visto contrapposte in campo Barcellona e Athletic Bilbao. Non sugli spalti, considerando che i due club sono simboli delle due comunità autonome più “lontane” dal governo di Madrid e dalla Famiglia Reale e che anche ieri si sono alleate per inscenare l’imponente protesta. I decibel dei fischi hanno così superato quelli fatti registrare a Valencia, nel 2009, o tre anni dopo al Vicente Calderon, Madrid.

Nei giorni scorsi c’erano stati diversi tentativi per dissuadere gli spettatori dalla protesta. Le minacce non sono servite a nulla, Artur Mas – Presidente del Governo autonomo della Catalogna e ieri seduto al fianco di Re Felipe VI – ha dichiarato senza mezzi termini che “se il governo spagnolo dovesse attuare qualsiasi tipo di sanzione otterrebbe soltanto un effetto boomerang. Se si costringe la gente a non fischiare, la gente ne avrà sempre più voglia”. Di parere opposto Miguel Cardenal, membro del Governo di Mariano Rajoy e Presidente del Consejo Superior de Deportes: “Fischiare l’inno è una forma di violenza inaccettabile. Accade solo in Spagna”. Non è proprio così (i fischi alla Marsigliese durante la Coppa di Francia del 2002, col Bastia in campo, sono storici), ma le dichiarazioni promettono ulteriori strascichi della vicenda. I cui sviluppi, al momento, non sono prevedibili.
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Sono Alfonso Alfano, 32 anni, della provincia di Salerno ma da anni vivo in Spagna, a Madrid. Appassionato di sport (calcio, tennis, basket e motori in particolare), di tecnologia, divoratore di libri, adoro scrivere e cimentarmi in nuove avventure. Conto su svariate e importanti esperienze sul Web.

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