Tra le Linee: Te la do io la Germania!

Il campionato del mondo si è appena concluso e ci ha lasciato molte letture e spunti interessanti: forse ci porta fuori dalla stagione del tiki taka per tornare ad un calcio più verticale senza per forza rinunciare alla qualità a centrocampo, per un bel po’ si smetterà di palleggiare nella mediana inseguendo logiche astruse per tornare a gioco largo, veloce e magari con un centravanti vero. Io, almeno, lo spero.

E’ stato un Mondiale in cui si sono esaltate l’organizzazione tattica del Cile che ha mostrato i muscoli a Spagna e Brasile e meritava miglior sorte, la disciplina e lo spirito di sacrificio dell’Algeria, migliore delle africane e l’unica in grado di mettere in difficoltà i tedeschi, oltre alla difesa arcigna del Costa Rica, vera sorpresa dell’anno.

Ci siamo anche divertiti a vedere il talento dei ragazzetti del Belgio, che non hanno deluso e che promettono di fare anche meglio. Siamo affondati con l’Italia più brutta che si ricordi e, in cuor nostro, ci siamo sentiti meno soli con la caduta di Spagna e Portogallo.
Il dato fondamentale è che questo Mondiale ha confermato molti degli stereotipi che da sempre caratterizzano il calcio alle varie latitudini.

L’Argentina ad esempio ci ha fatto vedere che si può arrivare lontano con un centrocampo senza palleggiatori con un uomo che fa legna per 3, basta conoscere i propri limiti, restare concentrati e dare la palla a quelli bravi. Non l’avete già vista??

L’Olanda ci ha dimostrato che se ti metti ordinato e prepari la partita in modo corretto puoi giocare contro i migliori al mondo anche con dei ragazzini e se l’hai preparata bene bene la vinci pure.

Esiste migliore spot per il movimento calcistico olandese?

Il Brasile realmente credeva di essere una squadra di livello altissimo, convinti che il fatto di giocare in casa, con tutto il bagaglio emozionale che comporta, li avrebbe portati di diritto al trionfo relegando le prestazioni in campo a un’inutile orpello, formalità da espletare.

Si sono sopravvalutati, come spesso fanno; i brasiliani vanno in estasi se il loro centrale di difesa parte palla al piede o lancia da 50 metri e non gli importa del fatto che in area di rigore sia scarso da fare paura. Se ne tornano a casa con una quantità di gol incassati da fare invidia allo Zaire del ’74.

Una volta almeno era il calcio giocato con gioia, oggi non hanno fatto altro che piangere. Non so se hanno capito la lezione, io per sicurezza tra qualche anno riproporrei un nuovo .

A proposito di stereotipi… Ha vinto la Germania.

Hanno vinto il mondiale lontano dall’Europa, hanno messo nero su bianco chi sono i migliori a giocare al calcio, eppure non erano i soliti tedeschi, alti biondi e compassati ma hanno messo in campo i figli degli immigrati, la seconda generazione di tedeschi nati in Germania ( non oriundi, tedeschi) che dalla Germania hanno preso tutto il pragmatismo portando in dote il pizzico di fantasia e imprevedibilità che mancava; è la vittoria della nuova Germania, la nazione e la Nazionale che più degli altri ha anticipato i tempi.

Dopo le batoste dei primi anni 2000, dove va comunque ricordata una finale mondiale, il movimento tedesco si è riorganizzato come una macchina da guerra, partendo dalla struttura delle nazionali e con l’apporto decisivo dei club; in Germania è nata una generazione di calciatori fenomenali, sempre troppo sottovalutati da tifosi e critica che è arrivata alla naturale conclusione nella notte di Rio de Janeiro.

Calcio semplice ed efficace come sempre, gioco fluido, dinamico accompagnato da spirito di abnegazione e gioco di squadra e grandi calciatori in grado di giocare in più ruoli con lo stesso rendimento fanno della Germania di oggi la migliore interprete del calcio moderno; tutti questi elementi vengono esaltati dalla nuova generazione di giovanissimi campioni che il movimento continua a produrre.

Oggi più che mai bisogna riconoscerne i meriti.
Gut gemacht Deutschland!

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