Arrivederci mundial: ecco perché ci mancherai

Un altro mondiale è passato e come ogni quattro anni ci ritroviamo, ciascuno con sempre più anni sul groppone, a far il punto della situazione. E’ stata una competizione piacevole sotto tanti punti di vista, a livello tattico la notizia non è tanto il crollo del modello Barcellona, quanto dei suoi derivati. Quasi sempre rivelatisi difettosi come borsa di Gucci che comprate in riva al mare. Il tiki taka è quello marchiato Guardiola, a lui grandi meriti soprattutto per quanto riguarda la gestione delle situazioni in fase di non possesso e alcune intuizioni geniali, che hanno fatto la fortuna di un movimento, condite da aforismi degni di un filosofo. “Il nostro centravanti è lo spazio”, diceva il caro Pep, frase a effetto che però trascurava un piccolo dettaglio: sarà anche piccolino, ma il tuo attaccante a Barcellona è il giocatore che segna di più. Nella storia. Chiamatelo come volete, con o senza nueve sulle spalle, ma la palla va buttata dentro. Giocare spuntati solo per il gusto di galleggiare su linee orizzontali porta all’estinzione. Il buon Prandelli ne sa qualcosa.

Ha vinto la Germania, squadra che spesso ha mostrato influssi guardiolani accantonati però nel momento che conta. Lahm è tornato al suo posto, così come Klose, nueve che più nueve non c’è. Miro, uomo dei record, saluta il grande calcio scrivendo il proprio nome a caratteri cubitali nella hall of fame di questo gioco, niente male per un vecchietto, unico vero senatore di una nazionale che si basa sui giovani. Del modello tedesco si sta parlando tanto in queste ore, giusti i complimenti, altrettanto l’analisi, ma anche stavolta si rischia di fare un buco nell’acqua. Ogni volta che c’è un episodio di violenza negli stadi italiani qualche solone tira fuori il modello inglese come panacea di tutti i mali (idealizzando spesso e volentieri la terra del football. Della quale, per essere onesti, chi scrive è innamorato), adesso ci si riempie la bocca di invidia per i teutonici giovani, belli e occupati. La cosa migliore sarebbe utilizzare il successo tedesco per porci domande sulla direzione del movimento nostrano e approntare strategie, specifiche, peculiari. Nostrane. Termine che dalle nostre parti profuma di provincialismo e salumi, magari smettendo di oscillare tra il “Ridatece la Gioconda” e l’anti-italianismo galoppante che sui social network va tanto di moda potremmo davvero capire il quadro che questo mondiale ci ha messo di fronte.

Si è detto spesso di un mondiale senza squadre materasso, poche in effetti si sono rivelate avversarie davvero semplici e molti hanno dato il merito di questo a una maggiore attenzione per la fase difensiva. Vero, ma riduttivo, non si è infatti vista l’omologazione di anni novanta, ricordate le gare tra due squadre disposte a zona con conseguente non-gioco a centrocampo? Ora siamo in una nuova fase, le squadre sono tornate a giocare – ognuna secondo i propri mezzi e le proprie inclinazioni – senza partire sconfitte o guardando a modelli teorici belli da sognare ma impossibili da applicare. La squadra che ha maggiormente messo in difficoltà la corazzata tedesca è stata l’Algeria e lo fatto aggredendo dal primo minuto gli avversari. E’ una lezione per tutti, quella di Halilhodžić, ma possiamo portate come esempio anche il Cile di Sampaoli e, perché no, l’Olanda di Van Gaal. Non certamente la più forte squadra oranje che si ricordi, anzi, ma proprio per questo va riconosciuto all’allenatore il merito di aver plasmato un gruppo consapevole dei propri limiti dandogli un’identità specifica. Gli allenatori sono tornati a proporre calcio, non necessariamente bello sia chiaro (l’Argentina di Sabella non è stata certo un piacere per gli occhi), non cadendo però in fenomeni di fanatismo visti in passato. Dai numeri 10 sono arrivati gol e belle giocate, Neymar meritava miglior fortuna dopo essersi portato sulle spalle un Brasile, questo sì, in versione Italia ’90.

Messi invece continua ad essere re a metà, con il club come lui nessuno mai (lo dicono i numeri, al netto dei pareri personali) ma in nazionale la zampata manca sempre. Sarà per la prossima volta? Lui ci sarà, anche se ormai vecchiotto, ci saremo anche noi perché questo gioco continua a piacerci tanto.

About Paolo Bardelli 2028 Articoli
Nato ad Arezzo nei meravigliosi anni '80, si innamora prestissimo del calcio e non avendo piedi fini decide di scriverlo. Ha lavorato nella redazione del Guerin Sportivo e per tre anni cura la rubrica "Dalla A alla Z". Numerose collaborazioni nel corso degli anni con testate tra le quali tuttomercatoweb.com, ilsussidiario.net e il mensile Calcio 2000. Nel 2012 insieme ad Alfonso Alfano crea tuttocalcioestero.it. E ne è molto orgoglioso.

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