Di Stefano: Colpa d’Alfredo (se amo il calcio)

“Sulla riva del mare canuto ergimi un tumulo che ne giunga notizia ai posteri e pianta sul tumulo il remo col quale, quando ero vivo, remavo assieme ai compagni”

Omero, Odissea, Libro XI

Alfredo Di Stefano Of Real MadridQuando nell’Odissea di Omero Elpenor incontra Ulisse negli inferi gli chiede di non lasciare che il suo corpo defunto non abbia una degna sepoltura perché in fin dei conti lui se la merita. Un rito pomposo e onorifico gli prepara quindi il celebre navigante d’Itaca, in memoria dei tempi andati che mai più torneranno. E proprio come Ulisse ad Elpenor anche noi dovremmo tributare il grande Alfredo Di Stefano (classe 1926) appena scomparso con pira immensa perché, in fin dei conti, se l’è meritato. Nato nel barrio Barracas di Buenos Aires, Di Stefano in poco tempo diventò un attaccante di calcio forte, lesto ed originale per l’epoca ovvero gli anni post seconda guerra mondiale. Nato da padre italo-argentino che gli lascerà “una dolce eredità” cioè il diabete, come dirà Alfredo in seguito, e da madre franco-portoghese, appena quindicenne inizia a giocare nelle file del River Plate prima e del Huracan poi, facendosi qui le ossa e segnando parecchie reti per tutta la stagione 1946-47 proprio nell’anno della Copa America in Ecuador. Nella competizione la sua Argentina fece scintille e conquistò il titolo con pieno merito. Ritornò al River Plate l’anno successivo, pronto finalmente a fare la storia in patria e già maturo per mostrarsi al grande pubblico argentino. Ma la storia in realtà cominciò a compierla in Colombia vestendo la maglia del Millonaries con cui vinse tantissimo: tre campionati nelle stagioni 1949, ’51 e ’52 più una Coppa Colombiana l’anno successivo battendo 2-0 all’andata e 3-0 al ritorno il Boca Juniors di Cali. Di Stefano a 24 anni segna come un goleador provetto, una media di 20 reti all’anno e ciò convinse la società del Real Madrid di acquistarlo nel suo regno fatato. E proprio in questo castello, in questa fortezza dalle mura tebane, il nostro grande campione vinse tutto quello che un giocatore sogna di vincere. Al primo anni coi blancos vinse la Liga e il titolo di capocannoniere con 27 gol. Stesso titolo l’anno dopo con la ciliegina della Coppa Latina (antecedente alla coppa campioni) vincendo 2-0 sul Reims. E proprio la squadra francese si rivelò una degna e storica rivale di Di Stefano e compagna. E che compagnia.

Prima di tutti Gento, una delle ali più forti di sempre. Poi Mateos e Munoz che in area avversaria ci entravano come il coltello nel burro. E proprio con questi fenomeni nel 1956 arrivò la prima Coppa Campioni, la prima di una lunga serie. Il 13 giugno al Parco dei Principi di Parigi i blancos trafiggono il Reims per 4-3. Qui Alfredo segna un gol, quello del momentaneo 1-2 poco prima che Rial pareggiasse i conti. Nello stesso anno sfiora per pochi punti il primo posto alla prima edizione del Pallone d’Oro vinto da Matthews. Alfredo Di StefanoAlfredo si rifarà l’anno successivo, infatti non solo conquista l’importante premio nato da un’idea del giornalista francese Hanot, ma vince anche la sua terza Liga ed un’altra Coppa dei Campioni, quella in casa al Bernabeu (30/5) contro la sorpresa Fiorentina di Virgili e Julinho. Un nuovo innesto killer, calcisticamente parlando, e cioè quello di Kopa (già rivale degli spagnoli quando vestiva la maglia del Reims) portano il Real Madrid a livelli assoluti. Sconfisse 2-0 i viola, Di Stefano segnò il gol del 1-0 su rigore e dopo aver vinto un mese dopo anche la Coppa Latina contro il Benfica (1-0) il Real diventò a tutti gli effetti la formazione di club più forte del mondo, forse la più grande squadra da quando era nato il calcio. Ma ad Alfredo non bastava. Una ciliegia tira l’altra,come si usa dire. Nel 1958, dopo una quarta Liga, scalò ancora la cima dell’Europa con una terza Coppa Campioni. Il 28 maggio all’Heysel di Bruxelles fu il Milan di Schiaffino e Maldini la vittima sacrificale: 3-2 dopo i supplementari, tanto spettacolo ed un ennesimo gol in finale di Alfredo. L’eleganza del tocco di palla, il dribbling fulmineo e i gol da tutte le posizioni ne fecero l’unico degno rivale di quello che sarebbe stato pochissimo tempo dopo forse il più grande di tutti, Pelè.

Nel 1959, come se il Real non avesse avversari del suo livello tattico (anche l’allenatore Carniglia non ci capiva più nulla da tanta bellezza calcistica), arrivò di prepotenza una quarta Coppa Campioni il 3 giugno al Neckarstadion di Stoccarda, ancora contro il Reims che vantava in squadra il grande goleador del mondiale di Svezia ’58, Just Fontaine. I blancos che avevano già campioni come lo stesso Di Stefano, Gento, Mateos e Kopa si trovarono felicemente in squadra un altro che fece grande la storia del calcio, Ferenc Puskas. Quest’ultimo non giocherà la finale a causa di un infortunio ma nel gioco di Carniglia prima e di Munoz poi si fece sentire eccome. 2-0 il risultato finale contro i francesi, netto come netto era il distacco fra i blancos e tutte le altre formazioni del mondo. Come straordinario era in quel periodo il gioco sensazionale di Alfredo che si meritò un altro pallone d’oro. Anche l’anno successivo, il ’60, si fece sentire come una voragine questo chilometrico gap con la vittoria di una quinta Coppa Campioni il 18 maggio al Hampden Park di Glasgow contro i tedeschi del Eintracht Francoforte. Qui Di Stefano e Puskas diedero lezione di calcio ancora oggi invidiata da chi ama questo sport. Il risultato conclusivo fu di 7-3 e di quei 7 gol spagnoli 4 furono di Ferenc e 3 di Di Stefano che è tutt’ora il giocatore che ha segnato almeno una rete in 5 finali di Coppa Campioni, un vero record. Finale storica quella a Glasgow perché sancì due conclusioni. La prima lo stradominio blanco in europa che durò appunto 5 anni di fila, la seconda che non si è più vista una coppia tanto affiatata e marmorea come quella di Puskas ed Alfredo in tutta la storia del calcio. Dopo altre 4 Liga vinte (’61, ’62, ’63 e ’64) una Coppa di Spagna (1962, 2-1 al Siviglia) ed altre due finali di Coppa giocate ma perse e cioè quella nel 1962 all’Olimpico di Amsterdam contro il Benfica di Guttman ed Eusebio e quella due anni dopo nel ’64 al Prater di Vienna contro l’Inter di Herrera, Alfredo Di Stefano decise di lasciare la maglia gloriosa del Real Madrid per concludere la carriera nel 1966 con l’Espanyol.

Ma la vera passione di Alfredo, la sua vita, era proprio il calcio e senza pensarci due volte diventa in breve tempo allenatore a partire dal ’69 quando va a vincere il campionato argentino nel Boca Juniors. In seguito una carriera altalenante come i suoi vertiginosi tocchi di palla. Vince una Liga col Valencia nel 1971, nove anni dopo anche una Coppa delle Coppe, sempre con il Valencia, quando in squadra c’era un certo Kempes eroe di Argentina ’78 (5-4 ai rigori con l’Arsenal), un altro campionato argentino nel ’81 con la sua vecchia maglia da calciatore del River Plate ed infine una Supercoppa di Spagna con il suo amore, il Real Madrid, battendo 1-0 e 4-1 il Barcellona di Cruijff che di lì in breve sarebbe diventato campione d’europa. Una vita spesa per il calcio, una vita per il pubblico, per il campo. E per il suo Bernabeu. Sport. Football. pic: circa 1983. Alfredo Di Stefano, Real Madrid Coach, and former star player for the club, who played international for 3 countries, Argentina, Colombia and Spain.Davanti all’immenso stadio, il giorno dopo aver festeggiato il suo 88 compleanno (il 4 luglio), uscito con amici da un ristorante, entra prima in coma dopo un attacco cardiaco e poi scompare tre giorni dopo, portandosi con sé anche la parte più pura del calcio e più bella, quella di divertirsi giocando e nel divertimento vincere. L’ultimo suo amore calcistico del quale ha sempre sostenuto l’affetto è stato Lionel Messi, il gioiellino blaugrana che già da anni è nell’Olimpo del calcio. “Messi quando gioca è seducente” disse in una intervista Alfredo. Puskas, Pelè, Cruijff, Maradona: chi è stato il giocatore più forte del calcio? Difficile fare paragoni o stilare una classifica.

Atteniamoci però alle parole del sacro Pelè: “Tutti parlano di me e Maradona. Per me il più forte di tutti è stato Di Stefano”.

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