Mi chiamo Garrett Flanagan e sono un sopravvissuto dell’Hillsborough

Mi chiamo Garrett Flanagan e sono uno dei sopravvissuti dell’Hillsborough. Sono nato al Maternity Hospistal di Oxford Street, proprio dove nacque nel ’40 un mio illustre concittadino e musicista, John Lennon. Nella mia città il calcio è più di uno sport, il calcio è vita, il calcio è ossessione. A 14 anni andai alla mia prima partita, giocavamo contro il Burnley e in panchina c’era mister Bob Paisley, una leggenda. Quell’anno ci qualificammo secondi a soli due punti dal Derby County, l’unica consolazione fu la retrocessione del Chelsea. Ricordo che dopo quella partita non riuscì più a smettere e così cominciai a seguire la squadra, sia nelle gara casalinghe che in trasferta.

Da giovane lavoravo per dare una mano alla mia famiglia e per questi motivi non potevo seguire da vicino con la stessa frequenza le gare europee. Non ho mai fatto parte delle frange più “accese” della tifoseria, al massimo riuscivo ad andare allo stadio con due miei amici ogni settimana e spesso David (l’altro si chiamava Tim) non riusciva a seguirci per impegni di lavoro che lo trattenevano anche nel fine settimana. Erano gli anni della Thatcher, dei controlli di ferro, della repressione e delle violenze negli stadi. Nel 1985 seguivo il cammino della squadra in Europa attraverso i giornali. Eravamo forti, eravamo in finale. La Juventus era l’unica cosa che ci separava dalla nostra quinta Coppa dei Campioni. Prima della partita, l’inferno. Gli scontri tra i tifosi provocarono numerose vittime, perdemmo per 0-1 e fummo banditi dalle competizioni europee per ben 6 anni. In più quell’anno arrivammo secondi in campionato. L’anno dopo e nell’ 88 vincemmo due campionati.

Era il 10 aprile 1989 quando David ed io, stavolta era Tim a non poter venire, andammo a comprare i biglietti per la semifinale di Coppa al botteghino. Ricordo ancora, che fila! Il 15 aprile si sarebbe andati a Sheffield, all’Hillsborough, per assistere alla gara contro il Nottingham Forest. Nonostante gli avvenimenti tragici, la squadra non poteva andare da sola. Ricordo ancora quei biglietti. “Hillsborough Stadium, Leppings Lane”. Ricordo ancora quella mattina, si giocava alle 15 e noi partimmo a mezzogiorno. Ricordo il traffico, ricordo l’entusiasmo e l’euforia della gente.

Arrivammo a Sheffield e lasciammo la macchina a circa 1 km dallo stadio, davanti agli ingressi per la Leppings. Ancora mi chiedo perché quella scelta, perché non darci la “Spion Kop” ben più capiente. Ancora mi ricordo la folla davanti lo stadio ed era palese che ci fossero più spettatori che posti disponibili, ma chi se ne frega! Il Liverpool non poteva andare da solo. Io e David arrivammo davanti lo stadio circa alle 14:30 e riuscimmo ad entrare appena in tempo per il fischio iniziale. Posti a sedere? Neanche a parlarne, i nostri erano già stati occupati. Non importava, la partita era cominciata, nulla aveva più importanza. Vedo i miei idoli uscire dal tunnel, vedo Grobbelaar, vedo Barnes, McMahon, vedo mister Dalglish. La gente cominciava a scaldarsi sugli spalti, riconoscevo tanti volti. Io e David ci voltammo e vedemmo che dagli ingressi alla gradinata continuavano ad entrare corpi su corpi. L’atmosfera diventò insopportabile.

Spinte, pestoni, urla dei tifosi, chi incitava la squadra, chi si lamentava dello spazio sottrattogli. La trappola era scattata e del servizio d’ordine neanche l’ombra. La situazione cominciava a degenerare, i tifosi erano ormai un fiume in piena e c’era già chi si riversava sul campo. La partita durò solo 6 minuti, dopodiché la segnalazione ufficiale della polizia. Non riuscii a vedere nulla in quel frangente, cercavo solo di farmi strada tra i miei compagni e non perdere il contatto con David.

Intravedevo la rete, intravedevo le divise della polizia impegnata nel caricare i tifosi che per salvarsi erano riusciti a scappare da quella gabbia. Non vidi né sentii più David tra tutte quelle urla e quei corpi. Prima che cominciassero ad arrivare le prime spinte, i primi pestoni, mi disse: “Questa la vinciamo”. A differenza di David, sono qui oggi per poterne parlare; solo dopo alcuni tragici minuti la polizia si rese conto del vero motivo dell’invasione del campo e smise di caricare e aprì le inferriate lasciandoci la possibilità di raggiungere il campo. La “Leppings Lane” si svuotò e vedemmo cosa realmente era successo. Corpi, corpi inermi sugli spalti e schiacciati alla rete, c’era anche David. Quel giorno non aveva impegni di lavoro, quel giorno decise di seguire la sua passione. Perchè il Liverpool non poteva andare da solo. Quella partita la vincemmo, non il 15 aprile, ma il 7 maggio all’Old Trafford così come la competizione. Nel modo più bello, contro l’Everton in quello storico derby. David lo aveva detto,  i Reds vinsero anche per lui.

Nonostante il rapporto Taylor, noi tifosi diventammo il capro espiatorio di tutta la vicenda. Eravamo tutti violenti, eravamo tutti hoolingans, lo era pure David. Solo nel settembre di due anni fa, a seguito di una nuova inchiesta, il governo inglese ha riconosciuto le colpe della polizia e scagionato definitivamente la tifoseria dei Reds. Le scuse pubbliche del premier Cameron, seppur dovute, non sono bastate ad assolvere le colpe di quel giorno funesto. Oggi sono trascorsi 25 anni da quella data e così, raccontando quel mio 15 aprile, voglio ricordare David e i 96 tifosi, morti per la loro passione perché il Liverpool non poteva andare da solo.

Questa storia è basata su fatti realmente accaduti, anche se i personaggi e le vicende personali legate agli stessi sono del tutto fittizie. Questo è il modo che la redazione di Tuttocalcioestero.it ha trovato per ricordare le vittime di quella strage, la più grave che la storia del calcio abbia mai conosciuto. 

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.