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La guerra santa di Papiss Cissè

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L’idea di scrivere queste righe è venuta pensando a un dibattito che è capitato di avere tempo fa con un tifoso del Lecce, fieramente orgoglioso di riavere in squadra Fabrizio Miccoli e convinto sostenitore della scuola di pensiero per cui vita calcistica ed extracalcistica dovrebbero andare separate, col seghetto.

In poche parole per il vero tifoso un giocatore dovrebbe rispondere solo per quello che fa sul campo. Il resto non conta, e se anche dovesse contare egli potrà sempre essere giustificato dalla sua fisiologica ignoranza.

Come siamo finiti a pensarla così, a rotolarci e a coprirci col nostro stesso fango, non è dato saperlo. E non ci metteremo sicuramente a dare la colpa al calcio moderno, no; è semplicemente un retaggio della nostra cara vecchia Italia. Meglio consolarsi perciò pensando che altrove le parole etica e morale abbiano ancora un senso, universale, non relativo, che non si misuri a seconda dell’educazione o della fascia sociale, ma valga per tutti, senza giustificazioni e sconti.

Queste, anche queste, sono le cose che hanno tenuto e tengono il nostro paese fermo da settant’anni.

Questa storia è quella di Papiss Cissè, il numero Nove del Newcastle, che si rifiuta di indossare la maglia dei Magpies da quando la società ha cambiato sponsor. Non che fosse particolarmente affezionato al precedente, il fatto è che quello nuovo è Wonga, una compagnia di prestiti bancari. Per la legge coranica, a cui Cissè è evidentemente devoto, nessuno può trarre beneficio da un prestito in denaro. Ora, se a questo aggiungiamo pure che Wonga applica dei tassi di interesse sul breve periodo a livelli di strozzinaggio (come riporta il Daily Mail), si capisce come la battaglia di Cissè sia affatto priva di senso.

Il senegalese attualmente si sta allenando da solo, e pare che la situazione con la società non sia ancora risolta. Una vicenda analoga a quella di Frederic Kanoutè, che solo dopo una lunga battaglia venne costretto ad indossare la maglia del Siviglia con campeggiante uno sponsor di scommesse sportive, altra attività vietata dal Corano.

Ora, non è chiaro se questa vicenda sia completamente vera o sia magari un casus belli sfruttato di Cissè per farsi mandar via, e non si sa neanche perché Cisse non si sia lamentato dello sponsor precedente, Virgin Money, che è a tutti gli effetti un soggetto operante nella realtà bancaria. La cosa che mi ha colpito di più è stata la reazione dei tifosi, che, anziché essere felici per i soldi entrati nelle casse del club, hanno appoggiato la protesta del giocatore contro la società.

Non solo, un caso simile in Inghilterra era scoppiato ancora prima. Al Bolton tifosi insorsero dopo l’accordo con una compagnia di prestiti analoghi, QuickQuid, e la società fu addirittura costretta a ritirare il contratto di sponsorizzazione.

In Italia probabilmente saremmo disposti ad ammettere alla luce del sole di essere felici di sponsorizzazioni persino mafiose se questi contribuissero a risollevare le sorti economiche del nostro club.

Il calcio moderno può non piacere per certi aspetti, ma ce ne sono ben altri, insiti nella nostra cultura, che non fanno altro che peggiorarli. L’etica del calcio parte prima di tutto da quelli che lo sostengono, perché se la pianta è marcia alle fondamenta prima o poi lo saranno anche i suoi frutti.

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