Duckadam, il supereroe vampiro tra realtà e leggenda

Che importa l’eternità della dannazione a chi ha trovato, per un attimo, l’infinito della gioia?
Charles Baudelaire

 

Superman appare negli Stati Uniti per la prima volta nel 1938, nello storico primo numero della Action Comics. Un successo spaventoso che portò alla creazione di altri supereroi, alcuni di ottimo livello, altri di fascia medio-bassa. Ma essi sono soltanto frutto della fantasia di qualche sceneggiatore o fumettista, sono quindi personaggi puramente fittizi che non hanno nulla a che vedere con la realtà quotidiana, quella che Heidegger definiva mondanità dell’esser-si. Ma c’è un caso, un unico e straordinario caso dove fantasia supereroica e realtà si incrociano, dove la “mondanità” diventa più bella di un disegno a fumetti.

E’ il caso di Helmuth Duckadam, classe 1959, rumeno di nascita, vampiro d’istinto e super-uomo di professione, non nel senso nietzscheano del termine ma nel senso di figlio di Jor-El. Cioè Nembo Kid, per dirla all’italiana,  cioè Superman. Portiere di riflessi mostruosi tanto da poter, molto probabilmente, acchiappare mosche a velocità super-sonica, volando proprio come Superman, Duckadam si ritrovò seduto al tavolo degli dèi con la maglia della Steaua Bucarest con la quale vinse tutto quello che c’era da vincere: campionato, Coppa di Romania e Coppa dei Campioni. Ma partiamo dal principio. Nel 1978 Helmuth, all’età di 19 anni viene chiamato dal club rumeno dell’Uta Arad dove resta per quattro anni, periodo non entusiasmante dal punto di vista dei successi ma che fa crescere le ossa al ragazzo di Semlac proprio là, al ridosso dell’altopiano della Transilvania dove lo spirito di Vlad l’impalatore vigila e scruta il mondo dalla notte dei tempi.

Ed è proprio questa atmosfera istintiva e animalesca che caratterizza l’anima di Duckadam, un portiere che fa della pulsionalità e del rischio il suo mestiere. Passa nel ’82 allo Steaua Bucarest e le sue gare sono composte da parate pazze e improvvise, gesta da cardiopalma e da cuore in gola, robe da far mozzare il fiato ai tifosi. E nell’85 arrivano i primi successi di Helmuth e della sua squadra. Innanzitutto il primo posto nella Divizia A, la nostra Serie A, staccando la Dinamo Bucarest di soli due punti e conquistando il decimo scudetto della storia dei rosso-blu. Poi a pochi giorni di distanza anche la Coppa di Romania, battendo l’Universitatea Craiova per 2-1 (l’anno prima Dukadam ebbe la delusione di vedersi sfumata la coppa proprio coi rivali della Dinamo Bucarest).

Helmuth è un assoluto protagonista, subendo solo 24 segnature nel campionato di quella stagione e mostrando al pubblico rumeno il suo vero “Io”. Ma è forse l’anno successivo, il 1986, quello più importante della sua vita, l’anno che vide la sua squadra alzare la prestigiosa Coppa dei Campioni, in una finale passata alla leggenda. Dopo avere conquistato il secondo campionato consecutivo nella Divizia A (l’undicesimo della storia dei rossobùu), Duckadam e compagni, guidati dal buon allenatore Jenei, si ritrovano in finale col Barcellona dopo aver eliminato dagli ottavi in poi gli ungheresi dell’Holved, i finlandesi del Kuusysi Lahti e i belgi dell’Anderlecht.

Nella magica serata dello stadio Ramon Sanchez Pizjuan di Siviglia, il 7 maggio ’86, dopo un lungo, infinito e noioso 0-0 dei tempi regolamentari e supplementari, la coppa si decide ai calci di rigore. Il primo tiro è di Majearu ma il portiere del Barça Urruti riesce a parare in direzione del suo palo sinistro. Non parte bene lo Steaua. Ma ecco che col prossimo tiro dal dischetto inizia la leggenda di Duckadam. Prima blocca sul suo palo destro la palla calciata da Alexanko, poi dopo il secondo errore di fila dei rumeni (questa volta toccò a Boloni) ne para tre consecutivi (intervallati da due tiri messi a segno da parte di Lacantus e Balint), due sul suo palo destro (quelli di Pedraza e Pichi Alonso) e l’ultimo (quello di Marcos Alonso), il decisivo, sul suo palo sinistro.

Per la prima volta una squadra del blocco europeo orientale è campione d’Europa. Helmuth è ora sull’altopiano del calcio. I giornali lo nominano “Eroe di Siviglia” e in patria è già una leggenda, il giocatore rumeno dell’anno. Dopo questa performance incredibile e storica (quattro rigori parati in una finale) sono molte le squadre che cercano di contenderselo, una fra tutte il Manchester United. Ma Duckadam è costretto a rinunciare a causa di un episodio tragico, una trombosi che gli colpisce il braccio destro, mettendo fine alla sua carriera da portiere, proprio nel momento più alto della sua esistenza.

Il triste episodio che costringe Duckadam a soli 27 anni ad appendere praticamente i guantoni al chiodo nasconde anche una versione ombrosa. Alcuni giornali dicono che in realtà sia stato aggredito dai servizi segreti del dittatore Ceausescu per una lite con suo figlio Valentin e proprio in questa spedizione punitiva gli siano state frantumate le mani a colpi di bastoni. Questo scenario però venne smentito ufficialmente dallo stesso Helmuth, dichiarando che fu effettivamente una trombosi al braccio a frenare bruscamente la sua carriera da portiere.

Il calcio è anche questo, sa essere divertente, emozionante, glorioso ma sa essere anche triste e fatale. Anche Duckadam sapeva essere tante cose, imprevedibile, attento, sregolato, istintivo, logico e anche irrazionale al tempo stesso. I suoi guanti sono forse ancora in qualche cabina telefonica o in qualche rifugio sotterraneo, tipico del supereroe. Ma il suo spirito vaga ancora fra i pali dei campi, di qualsiasi campo da calcio, dalla Transilvania all’Occidente e fino a quando questa nostra Terra vivrà, non ci sarà mai nessun Van Helsing che fermerà lui, Helmuth Duckadam, il Vampiro del calcio.

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APPASSIONATO DI CINEMA, MUSICA, LETTERATURA E CALCIO. I MIEI ARTICOLI LI TROVATE TUTTI SOTTO LA VOCE "LA MACCHINA DEL TEMPO"

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