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Opposizione madridista

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Non tutto quel ch’è oro brilla, | Né gli erranti sono perduti; | Il vecchio ch’è forte non s’aggrinza, | Le radici profonde non gelano. | Dalle ceneri rinascerà un fuoco, | L’ombra sprigionerà una scintilla; | Nuova sarà la lama ora rotta | E re quel ch’è senza corona

  • J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, poesia di Bilbo Baggins su Aragorn

Ogni ciclo, nella vita, così come nel pallone, è destinato ad aprirsi per poi trovare una fine. L’edizione 2015-16 della UEFA Champions League, non fa differenza: in finale volano le due squadre di Madrid, così diametralmente opposte eppure così vicine. Non è casuale la scelta del loco, in quel di Milano, nella Scala del Calcio, è destinato a chiudersi anche questo cerchio, iniziato due stagioni fa e che presto troverà una naturale conclusione.

E così in una calda serata di maggio del 2014, Lisbona applaude lo spettacolo offerto da Atletico e Real ma il calcio è uno sport crudele e può vincere solo una squadra. Dopo una partita decisamente intelligente, i Colchoneros sono pronti ad alzare al cielo la loro prima Champions: scorrono i minuti, 90, 91, 92. Calcio d’angolo per le Merengues: ultima disperata possibilità di portare la sfida ai supplementari. Mischia in area, Sergio Ramos colpisce la sfera, Courtois non può arrivarci. E’ 1-1. Tutti, però, sanno che la partita è praticamente finita, lo sa anche il Cholo che con l’ultimo filo di voce cerca di incitare i suoi. E’ un autentico massacro: 4-1, l’egemonia di Madrid resta ai Blancos.

E’ difficile ripartire dopo quella partita: Diego Costa saluta i suoi compagni e vola a Londra, destinazione Chelsea. Simeone deve attuare l’ennesima rivoluzione: le campagne acquisti successive vedranno l’innesto di tanti giovani talentuosi da integrare mano a mano in squadra. Ovviamente i Colchoneros non ripetono l’annata precedente ma “se Atene piange, Sparta non ride” ed il Real assiste come spettatore al tremendo dominio del Barcellona di Luis Enrique: una macchina già perfetta, potenziata con l’arrivo del miglior attaccante in circolazione, Luis Suarez. Triplete blaugrana, Merengues e Atleti in difficoltà: si può e deve rinascere, così come il fuoco dalle ceneri tanto care a Tolkien.

Ma le radici profonde non gelano e l’Atletico continua a stupire tutti: supera il girone di Champions League, poi il PSV Eindhoven ed a seguire Barcellona e Bayern Monaco: le due squadre più forti d’Europa. Dall’altra parte il Real non è ancora riuscito a programmare la nuova stagione, Benitez sembra un corpo estraneo e Florentino Perez, insofferente al tecnico ex Napoli, decide che è arrivato il momento di giocarsi l’ultima carta a disposizione: Zinedine Zidane. E’ la storia a parlare: si cerca di dare al Real quell’identità che era stata smarrita nella prima metà della stagione. La squadra fatica e non poco ma piano piano entra nelle idee del suo nuovo allenatore che, complice delle sfide non troppo difficili, porta di nuovo i Blancos in finale.

E’ l’elogio all’opposizione: due modi di vivere e giocare a calcio che stanno pacificamente insieme come Joey Barton e Ibrahimovic. E’ utopico! Da una parte c’è quell’esasperata volontà di sottomettere sempre l’avversario; dall’altra l’idea che l’attesa del gol, forse, è essa stessa il gol. Due mondi separati: la regalità dei Galacticos contro lo spirito di sacrificio dei Colchoneros. “Se non arriviamo in finale, sarà un fallimento” aveva annunciato Zidane nella conferenza stampa prima della sfida del Bernabeu contro il Manchester City: come se le semifinali fossero poco per una squadra che fino a un mese fa rischiava di eclissarsi nell’oblio. Sull’altra sponda di Madrid si è consapevoli che si è fatto qualcosa di incredibilmente grande, un sogno che non può essere interrotto come nel 2014. Bisogna puntare al bottino grosso stavolta. E allora siamo pronti a trattenere di nuovo il fiato per novanta minuti (record mondiale di apnea), perché il calcio è un gioco emozionale e se certe sensazioni le possono far provare la “garra” del Cholo o una veronica di Zizou, non c’è differenza, l’importante è esternare i propri sentimenti su un rettangolo verde. Palla al piede. Davanti alla scala del calcio.

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