SPECIALE 50 ANNI UNION: 1990, Hertha-Union, il derby degli amici separati dal filo spinato

Il capitano dell'Union, Olaf Seier, e quello dell'Hertha, Dirk Greiser. Foto del Berliner Kurier

Il prossimo 20 gennaio l’Union Berlin festeggerà i suoi primi 50 anni di storia. Riviviamo assieme alcuni aneddoti particolari legati alla squadra dissidente dell’ex Germania Est.

Sembra un ossimoro, è vero: è cacofonico mettere nella stessa frase le parole derby, amici, Hertha e Union. Eppure tra le due squadre berlinesi, che ancora oggi rappresentano l’ovest e l’est, fino agli inizi degli anni ’90 non c’era rivalità. Anzi, il sentimento predominante era la simpatia. Facile credere che molto sia dipeso dall’ingombrante presenza del Muro che per 30 anni ha tenuto lontano le due realtà calcistiche, ma le due tifoserie, dagli anni ’70 fino al crollo della cortina, avevano un reciproco rapporto di stima. Sulla scia di questa positività ed euforia, il 27 gennaio 1990, nell’imponente cornice (agli occhi dei tifosi dell’Union) dell’Olympiastadion, si disputò il “Wiedervereinigungsspiel” ovvero la “partita della riunificazione”.

Se qualcuno dovesse ridervi in faccia alla vostra affermazione sull’importanza anche politica che può rivestire il calcio, potete mostrare quanto accadde quel giorno: la Germania Ovest e la Germania Est si ritrovarono da un momento all’altro senza una barriera, erano “nude” e impreparate dinanzi al futuro e, in quel clima di incertezza, l’incontro tra Hertha e Union senza dubbio facilitò e alleggerì il dialogo tra le due nazioni. Fu il primo, vero tentativo di cucitura: il match fu organizzato dalle Poste tedesche, il biglietto costava cinque marchi (non importava se fossero della Repubblica federale o quella democratica) ed era stata data libera possibilità di raggiungere lo stadio usando mezzi pubblici o privati (per la prima volta si videro le Trabant parcheggiate fuori). Così ben 51.720 tifosi si presentarono alle 14.30 per il fischio di inizio. I colori, tra gli spalti, si mescolavano: il blu e il rosso, in mezzo il bianco; era il giorno giusto per fraternizzare e i cori e gli striscioni, monotematici, esaltavano il doppio dominio delle due squadre separate dal fiume Sprea.

Sul campo, l’Hertha vinse 2-1 e l’ironia e il destino anche quel pomeriggio si divertirono a incrociare storie e coincidenze: ad aprire le marcature, infatti, fu Axel Kruse, ex attaccante dell’Hansa Rostock che l’8 luglio 1989, approfittando di un’amichevole della sua squadra a Copenaghen, scappò dalla DDR per rifugiarsi in Germania Ovest e si accasò proprio nell’Hertha. Nel tripudio generale delle tifoserie, il gol del pareggio dell’Union fu un momento toccante e da pelle d’oca: alla rete di André Sirocks, la prima storica marcatura della squadra dell’est su un campo fuori dai confini della Repubblica Democratica tedesca, anche i calciatori della squadra rivale si fermarono ad applaudire. Per finire, la rete del definitivo 2-1 fu segnata da René Unglaube, un ex-eisern con gli abiti blau-weiß (blu e bianchi). Dei suoi pochi, ma micidiali gol ne abbiamo parlato qui.

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Ben presto, però, l’atmosfera speranzosa e amichevole tra le due tifoserie andò scemando. Già nella seconda partita che si giocò all’Alte Försterei, il 12 agosto 1990, si presentarono poco meno di 4.000 spettatori. L’esigua capienza dello stadio e la data in pieno periodo estivo possono solo in parte motivare questa debacle: quello, forse, fu probabilmente il primo segno di reciproca indifferenza. Nel corso del tempo, i tifosi hanno sviluppato ripetutamente nuove antipatie e la vecchia “amicizia dietro il filo spinato” è rimasta un piacevole ricordo sbiadito.

Fonte: Berliner Kurier

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Giornalista, nato a Bari in un ambiente dove gli si diceva di tifare per i bianco-rossi, ha seguito il suggerimento alla lettera appassionandosi all'Union Berlin. Fidanzato ufficialmente con il club dal 12 agosto del 2012 quando ha assistito ad una partita per la prima volta nello stadio An der Alten Försterei. Ama i cappelli: i suoi, quello di De Gregori, di Charlie Brown, di Alan Grant e di Nereo Rocco.

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