Calcio Sfogliato-Luca Vargiu, il sistema visto da un’altra angolazione: “Procuratore? No grazie”

Se vogliamo parlare di calcio in Italia ben venga, ma prima dobbiamo leggere quello che ha da dirci Luca Vargiu. L’ex agente di calciatori nel suo libro “Procuratore? No grazie” e nel blog personale “Palle, calci e palloni (s)gonfiati” racconta e mette a nudo il sistema italiano. Un sistema malato cronico, che difficilmente sarà reversibile. Ma la cosa più importante è prendere consapevolezza di quello che oggi è il calcio, non solo quello che si vede in televisione. Improvvisati procuratori, società che si comportano da strozzini, genitori e giovani calciatori che “pagano per giocare”. Luca Vargiu per la Rubrica “Calcio Sfogliato” ci racconta tutto questo.

E’ passata in secondo piano la riforma del ruolo di procuratore, dal 2015 tale figura è diventata quella di intermediario, una delle modifiche più sostanziali è l’assenza di un esame di abilitazione. Qual è il tuo punto di vista su questa riforma?

Sono sempre stato contrario a questa riforma fin dalle prime indiscrezioni arrivata dalla Fifa nel 2011. La figura dell’intermediario (in Italia Procuratore sportivo) è stata studiata e introdotta per semplificare una figura professionale importante che invece avrebbe dovuto essere qualificata maggiormente, resa più professionale. Fino a oggi è sempre stato comodo per molti (se non per tutti) dire che il male del calcio è rappresentato dai procuratori. Vero alcuni hanno fatto porcherie infischiandosene bellamente dei regolamenti, pensando esclusivamente al denaro e prestandosi a giochi di potere pallonaro, come piace dire a me. In tutto questo tempo però la Fifa dov’era? Dormiva o faceva finta di farlo fino a quando ha deciso che intervenire seriamente sarebbe stato molto faticoso, quindi meglio semplificare. Liberi tutti quindi, con cinquecento euro se non si è propio dei farabutti certificati (e per non esserlo basta dichiararlo) si può sognare di diventare il nuovo Jerry Maguire. Facile no? La realtà però è un’altra, aspetto di vederne i risultati tra non molto quando i numeri del nuovo corso saranno resi noti. Credo che in ogni ambito del mondo del pallone che sta fuori dal campo, dietro le scrivanie, occorrano le competenze necessarie, devo però ammettere che non è così.

I giornali e le televisioni parlano molto poco del mondo della procura, si da spazio ai soliti noti, a Jorge Mendes, o Mino Raiola, e dei grandi capitali che muovono. Ma questi rappresentano una percentuale minima del sistema, quale è la realtà dei procuratori italiani nelle leghe inferiori o nei settori giovanili?

Certamente questi sono i grandi nomi che sono sulla bocca di tutti, personaggi che probabilmente hanno anche delle capacità per essere arrivati dove sono arrivati ma che contribuiscono ad alimentare l’idea che sia un mondo facile, di semplice accesso e dai risultati milionari garantiti. Non è così ovviamente. Il numero degli agenti di calciatori in Italia (fino ad Aprile 2015) era di circa 1300. Numero spopositato e più alto al mondo, a questo aggiungiamo gli abusivi e abbiamo un numero enorme di figure che popolano il bordocampo, soprattutto quello dei livelli più bassi e del mondo giovanile. Il grosso del mercato serio, quello dei professionisti, era ed è tutt’ora in mano a poche decine di persone. Nel resto c’è di tutto e i furbacchioni rovinano il buon lavoro dei tanti piccoli agenti, scusa, ex agenti. Aggiungi poi una serie di personaggi riciclati dal mondo del pallone che senza alcuna competenza ma semplicemente per nomina derivante da un passato da discreto giocatore, da amicizie o peggio grazie a uno sponsor, occupa posti di rilievo facendo solo confusione ma soprattutto danno e il pasticcio è servito.

Si fa un gran parlare di riforme dei settori giovanili, che i talenti devono essere fatti esordire quando è il momento, che le squadre primavera devono disputare i campionati di Serie B o Lega Pro. Scelte che personalmente condivido, ma leggendo il tuo blog, salta subito all’occhio come il problema principale sia un altro. Quanto costa far giocare proprio figlio nei settori giovanili, e qual è l’estensione di questo fenomeno ?

Premesso che alle tante belle parole sui settori giovanili seguano quasi mai fatti concreti, come poi confermano le statistiche sullo sviluppo e l’utilizzo dei giovani in Italia che dicono che siamo agli ultimi posti tra i campionati maggiori europei (ma anche qualcuno minore ci è davanti).
Di sicuro è necessario formare, crescere (bene) e tutelare i nostri ragazzi (e ragazze, visto che il movimento femminile è in crescita) una volta finito il percorso “giovanile” per fare il salto nel calcio dei grandi. Qui da noi si rischia poco e si da poco tempo, si pretende che un giovane calciatore sia fatto e finito senza che questo abbia acquisito un minimo di esperienza e “preso le misure” al terreno di gioco su cui deve muoversi. Così facendo si perde qualcuno per strada ed è un peccato per l’intero movimento. La possibilità di accelerare i tempi di inserimento nel mondo del calcio che conta, di diventare professionisti e di raggiungere fama e successo viene offerta con una certa frequenza da furbastri senza scrupoli che trovano in tanti genitori esaltati e/o senza cervello le prede migliori. Sì, si paga per giocare. Pure parecchio e quando vedo e sento personaggi che contano stupirsi del fatto che sia una pratica diffusa e comune, mi arrabbio parecchio. Come fanno a non sapere? Ci sono diverse opzioni a seconda delle età e se si tratta dell’ingresso in  un settore giovanile o di un vero e proprio contratto ma le cifre sono alte. Ho visto chiedere qualche migliaio di euro per un anno in un settore giovanile (allievi) ma anche chiederne un centinaio per un triennale con bonus di esordio in prima squadra per in primavera. Attenzione però, non sono solo i procuratori (veri o finti) a fare queste     proposte, spesso sono altre figure che gravitano intorno alle società o direttamente dei tesserati (e quindi stipendiati) come responsabili di settore giovanile o direttori sportivi. Credo sia inutile dire che pagando non si arriva da nessuna parte. Ah, si paga anche per allenare, se vuoi ne parliamo un altra volta.

Hai parlato anche del vincolo dei giocatori fino a 25 anni, questione sulla quale Tavecchio non si è mai soffermato. Quali sono le conseguenze di questa pratica?

Il vincolo è una piaga. Punto.
Anche in questo caso tante parole e pochi fatti. Solo in Italia e in Grecia è ancora in vigore questo tipo di accordo. Assurdo vincolare un dilettante fino al venticinquesimo anno di età a una società senza dare la possibilità di muoversi liberamente andando a giocare dove vuole. Purtroppo il problema del vincolo è che genera sempre una richiesta di denaro per lo svincolo. Un ricatto.
Vuoi andartene da un’altra parte? Paga il tuo cartellino!
Non puoi? Resti qui o smetti. Molto semplice. Purtroppo sono molti quelli che invece di denunciare queste situazioni accettano.
Il percorso per combattere legalmente il vincolo, alla luce di qualche sentenza, esiste. Complicato e tortuoso ma qualcuno inizia a percorrerlo in attesa che la FIGC faccia davvero qualcosa di concreto per risolvere una questione di cui si parla da troppo tempo. Non ci si può più permettere che un ragazzo o una ragazza smettano di giocare a pallone a causa di un vincolo. Credo però che su questo argomento non sarà Tavecchio a sorprendermi nel prossimo futuro.

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Sono nato a Urbino il 2 maggio 1991. Nel luglio 2015 ho conseguito la laurea in Chimica e tecnologie farmaceutiche. Mi occupo di giornalismo sportivo con un'attenzione particolare al lato economico e allo sviluppo del calcio in Cina, che approfondisco nel mio Blog Calcio Cina. Nel febbraio 2016 ho pubblicato il mio primo libro: IL SOGNO CINESE, STORIA ED ECONOMIA DEL CALCIO IN CINA, il primo volume, perlomeno in Europa a trattare questo argomento. Scrivo anche di saggistica (sovversiva) per kultural.eu

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