Copa America, l’analisi: Messi c’è, l’Albiceleste ancora no

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E’ stata la giornata del gran debutto, quella andata in scena, ieri, in Copa America. Il Cile accoglieva i Campioni in carica dell’Uruguay e quelli che, in linea teorica, dovrebbero diventarli il 4 luglio, ultimo giorno della manifestazione: gli argentini. Due grandi squadre, soprattutto due grandi stelle, fra le più attese del torneo: Cavani e Messi. Ad aprire le danze, alle 21 italiche, è stata la Celeste, che doveva sfatare il tabù del Maestro Tabarez, mai vincente al debutto in una grande manifestazione per nazioni sulla panchina dell’Uruguay. Impegno semplice, si diceva alla vigilia. La Giamaica, infatti, sembrava fosse stata invitata – dopo alcuni rifiuti –  solo per completare il roster delle dodici squadre e ha adottato un approccio al torneo assai particolare, dimenticandosi i palloni ufficiali della manifestazione a Kingston e dando vita ad un ritiro molto più vicino ad una gita scolastica o ad un viaggio-premio senza la presenza dei vertici aziendali. La differenza qualitativa delle due rose, poi, appare  evidente anche a chi mastica calcio solo quando non ha niente di meglio da fare.

I RAGGAE BOYZ STUPISCONO, CELESTE DA RIVEDERE – I Campioni in carica, invece, hanno dovuto sudare le proverbiali sette camicie per avere la meglio dei Reggae Boyz, apparsi tonici, vitali, bravi in diverse circostanze a mandare in tilt l’assetto difensivo avversario e a far vedere i sorci verdi a Muslera, graziato spesso dall’imprecisione degli avanti giamaicani. Nessuno, al termine del primo tempo, si sarebbe stupito se l’Uruguay, talvolta addirittura costretto a lasciare il pallino del gioco in mano avversaria e ripartire in contropiede,  fosse andato negli spogliatoi sotto di un goal. Ma in avvio di ripresa, complice un atteggiamento decisamente più aggressivo, la squadra del Maestro ha trovato il vantaggio con Rodriguez e sfiorato più volte il raddoppio con Cavani, presente in campo per grinta e temperamento, ma talvolta troppo irruento ed impreciso sotto porta; il ruolo di leader carismatico di questa squadra non gli si addice, e l’assenza di Suarez si è fatta sentire, eccome.

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Un po’ nervoso ed impreciso in fase realizzativa: prima a corrente alternata per El Matador

 

Le ombre di un altro debutto suicida come al  recente Mondiale (sconfitta 1-3 contro Costarica) si sono fatte sempre più ingombranti nel finale di partita, quando la selezione di Schafer ha sfiorato il pareggio in almeno tre circostanze. Alla fine, come si suol dire, tutto è bene quel che finisce bene in casa Uruguay. Ma al di là dei tre punti, ci sono ben poche cose da salvare nella Celeste, che però, complice il pareggio fra Argentina e Paraguay, può impostare le prossime partite con la chiave tattica prediletta: chiusi dietro, bloccare le linee di passaggio avversarie e ripartire in contropiede.

MESSI C’E’, L’ALBICELESTE NO – Il momento clou della giornata cilena, però, era in programma mezz’ora dopo il triplice fischio finale del match di Antofagasta, col debutto della strafavorita Albiceleste del Tata Martino contro l’Albirroja del Pelado Ramon Diaz. Una sfida nella sfida per i due selezionatori tecnici: El Tata, infatti, ha raccolto grandi risultati alla guida del Paraguay, trascinandolo ad uno storico quarto di finale a Sudafrica 2010 (perso di misura, dopo un rigore fallito da Cardozo sullo 0-0, contro la Spagna) e ad un insperato secondo posto nella Copa America 2011; El Pelado invece, nato e cresciuto in Argentina, ha vestito la maglia della Seleccion da calciatore ed ha fatto incetta di trofei da allenatore del River Plate. Una sfida, a conti fatti, vinta in rimonta –  sotto tutti i punti di vista – da Ramon Diaz, bravo nel recuperare un match che alla fine del primo tempo sembrava compromesso.

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Barrios, argentino naturalizzato paraguaiano, castiga l’Albiceleste

Ma nell’intervallo, l’ex tecnico dell’Oxford United ha cambiato la fisionomia dell’Albirroja, passando da un abbottonatissimo 4-5-1 (con la linea di centrocampo troppo spesso a ridosso di quella difensiva) ad un 4-4-2 di chiaro stampo offensivo, col neo-entrato Gonzalez a destra, Bobadilla a sinistra e Valdez – sacrificato a sinistra nel primo tempo – decisamente più vicino a Santa Cruz. La seleziona bianco-rossa, dopo aver rischiato di subire il terzo goal e aver scampato il pericolo di restare in dieci (Gonzalez, già ammonito, graziato in occasione di un brutto fallo commesso ai danni di Di Maria che – a termini di regolamento – sarebbe costato il secondo giallo), ha guadagnato campo col passare dei minuti, è stata fortunata nel trovare il goal al primo tiro in porta e poi, nonostante le innumerevoli palle-gol concesse agli avversari, brava a strappare il pari con Barrios, argentino che ha trovato gloria e fortuna con la maglia dell’Albirroja.

I meriti dei paraguaiani, però, cozzano clamorosamente con i demeriti degli argentini. Certo, se l’arbitro avesse comminato un sacrosanto secondo giallo a Gonzalez, ora staremmo parlando probabilmente di una partita diversa. Difficile immaginare, infatti, che l’Albiceleste in superiorità numerica, e avanti addirittura di due goal, potesse non far suoi i tre punti. Ma l’incapacità di chiudere il match, lo specchiarsi nella propria straordinaria bellezza, quell’essere un po’ snob e naif che rende gli argentini anticipatici a tanti sudamericani, sono emersi in maniera prepotente. Era una partita da vincere, poche storie. E non esserci riusciti con un Messi semplicemente splendido, decisivo in entrambe le marcature ed autore di alcuni lampi di classe purissima, cristallina, fa ancora più male. Nessuno, perlomeno ieri, può dire che a questa Argentina sia mancata la Pulce.

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Partenza in sordina per El Tata Martino

 

La Pulce c’era. E con lui, c’è stato un superbo Flaco Pastore, autore di una prova da incorniciare e inspiegabilmente sostituito a dieci dal termine, quando ad abbandonare il campo doveva essere probabilmente qualcun’altro (Di Maria oppure Rojo, col passaggio – in quest’ultimo caso – alla difesa a tre). Un altro aspetto che spaventa, e non poco, i tifosi argentini, riguarda la condizione fisica di alcuni elementi del centrocampo. Il vistoso calo nel secondo tempo di Mascherano e Banega, causato in parte anche dall’atteggiamento decisamente più offensivo della squadra avversaria, deve far riflettere attentamente il Tata, che può contare su un Biglia fisicamente non al meglio e un Gago lontano parente del promettente volante del River Plate di un decennio fa. Giocare col 4-3-3 senza poter disporre di centrocampisti intermedi di contenimento in condizioni fisiche ottimali, rischia di rivelarsi un boomerang per Martino, che per evitare la gogna mediatica argentina deve fare un’unica cosa: vincere la Copa.

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