La morte di Klas Ingesson commuove tutti

In campo era un guerriero, o, più correttamente, un vichingo mai domo che indossava la fascia di capitano come una naturale conseguenza alla sua leadership carismatica. Klas Ingesson era un centrocampista granitico, un colosso di 1,90 m difficile da sovrastare in virtù della sua grande forza muscolare espressa in quegli 86 kg di peso. In perfetta linea con la scuola scandinava esibiva molta corsa e un grande cuore, il tutto condito da una grande professionalità.

Ma lui aveva anche un piede destro gentile che gli permetteva di disegnare geometrie ordinate per la sua squadra, tanto quanto di finalizzare calci di rigore con gelida freddezza.
In Italia vestì le maglie di Bari (94 presenze e 11 gol), Bologna (64 presenze e 4 gol) e Lecce (19 presenze e 1 gol).

A Bari, senza dubbio visse le sue migliori stagioni calcistiche. “Lì sono diventato un uomo vero” dichiarò poi Ingesson alla domanda di quali fossero stati i momenti migliori della sua carriera. In quella stessa intervista ricordò anche il momento migliore: l’allenatore del Bari di allora, Eugenio Fascetti, decise di affidargli la fascia di capitano. E lui di tutta risposta ammise: “Mister, ma non parlo italiano”; ma questi di rimando: “Fa niente, fallo col cuore”.

Indelebile nella mente dei tifosi rimane quello storico derby contro il Lecce vinto grazie ad una sua doppietta.

Vestì la maglia della nazionale svedese per 57 volte con grande attaccamento e con la consueta passione che ne contraddistinse tutte le prestazioni, segnando in 13 occasioni. Partecipò ai mondiali di Italia ’90, ai campionati d’Europa del 1992 e a USA ’94, conquistando una storica medaglia di bronzo. Una delle migliori nazionali svedesi della storia, al pari forse con quella del trio Gre-No-Li degli anni ’50.

A soli 33 anni dovette abbandonare la carriera calcistica e l’attività agonistica, perché gli acciacchi lo stavano logorando.
Ha dovuto arrendersi ad un mieloma multiplo, una neoplasia che colpisce il midollo osseo e si manifesta con masse tumorali multiple. Le ossa diventano più fragili ed è per questo che talvolta, negli ultimi anni, lo si vedeva sulla sedia a rotelle.

Non abbandonò mai il mondo del calcio, affrontando con dignità questo male debilitante. Dal 2010 era allenatore dell’Elfborg Under-21 e dal settembre del 2013 era alla guida della prima squadra, incarico abbandonato il 16 ottobre per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute.

La sua storia ci riporta a quella di Tito Vilanova, il compianto allenatore del Barça nell’era post-Guardiola, classe ’68 proprio come lo svedese e scomparso a causa di un tumore alla ghiandola parotide il 24 aprile 2014.

Entrambi, pur nella sofferenza fisica della malattia, non hanno mai voluto cedere il passo al destino fatale, esibendo sempre uno spirito positivo e combattivo. Ed è così che noi di TuttoCalcioEstero li vogliamo ricordare.
Storie di calcio così hanno molto da raccontarci e insegnarci.

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