Intervista a Michu: “Due anni fa non mi voleva nessuno, ora gioco con i migliori al mondo…”

MICHU. Da un anno e mezzo strabilia in Inghilterra, in Spagna aveva lasciato tracce non indelebili. Michu vive un sogno: venerdì scorso ha debuttato con la Spagna, dal primo minuto, contro la Bielorussia. Ora, la punta dello Swansea è sempre più al centro dell’attenzione. Bella l’intervista pubblicata oggi da Marca.

Il giorno della convocazione in nazionale dicesti che era tutto incredibile. Come definiresti allora il tuo debutto con la Roja?

Il massimo. Quando ho saputo che avrei giocato…non riesco a raccontare la gioia che ho provato.

Come hai vissuto quel momento?

E’ stato bellissimo: nella riunione tecnica il ct stava scrivendo i nomi che avrebbero giocato, il mio – credo – è stato l’ultimo. Poter debuttare nella miglior nazionale del mondo e farlo dal primo minuto è qualcosa di indescrivibile.

Già nel primo allenamento, però, Del Bosque ti provò in attacco. Avevi qualche presentimento?

Speravo di poter debuttare contro Bielorussia o Georgia, ma se devo essere sincero non mi aspettavo la maglia da titolare. Non avrei potuto chiedere di più.

Che cosa ti ha chiesto Del Bosque?

Niente di speciale: mi ha detto di giocare come faccio allo Swansea, e che mi aveva convocato proprio per questo motivo.

Diego Cervero, attaccante dell’Oviedo, è come un fratello per te. Cosa ti ha detto?

(ride) E’ quasi più felice di quanto non sia io! Mi ripete che è molto orgoglioso di me. E’ un grande amico, mi fa tanto piacere aver dato questa gioia alle persone che mi sono vicine.

Quanti aneddoti puoi raccontare sulla vostra amicizia?

Troppi, non avrei tempo. E’ stato mio padrino, un fratello per me. Ero piccolo e lui mi accompagnava all’allenamento perché ancora non avevo la patente. L’altro giorno ho letto che raccontò di quella volta in cui, in ritardo, passò col rosso e a mio padre, che vide tutto dal balcone, quasi venne un infarto. Diego mi ha insegnato tanto, gli sono molto riconoscente.

Ha detto anche che non sei cambiato per niente, nonostante la fama.

Sono sempre lo stesso, un ragazzo tranquillo e timido. Mi piace allenarmi, rispettare gli orari e la routine. Tutte queste cose non sono cambiate.

Ma non è facile essere un nazionale, giocare in Premier League e restare coi piedi per terra.

E’ vero, ma io ci provo. Se c’è qualcosa che mi ha portato fino a qui è l’umiltà, il lavoro e l’impegno quando scendo in campo. Credo che è questa la strada da seguire.

Ti imbarazzi spesso?

Sì, ma credo di essere più timido.

Ci descrivi il momento in cui hai saputo della convocazione di Del Bosque?

Stavo tornando a Swansea dalla trasferta di Southampton. Spesso, quando perdiamo, sono intrattabile e quel giorno ero di umore nero. Ma quando mi chiamarono per darmi la notizia, quella che era una domenica orribile divenne una delle più belle.

Soffri così tanto quando perdi?

Molto. Non mi piace perdere nemmeno a Scarabeo. Resto di malumore. La gente che mi conosce lo sa. Mi lasciano tempo e spazio per farmi sbollire la rabbia. Devo restare solo.

Hai portato con te anche il caschetto che hai usato contro il Southampton?

Sì, nell’evenienza. Ma, per fortuna, mi hanno appena tolto l’ultimo punto dalla testa, così non è stato necessario indossarlo.

Lo scorso febbraio, molti davano per certa la tua presenza tra i convocati per Spagna-Uruguay. Da quel momento hai poi smesso di sperare nella chiamata?

Mai, ho sempre sognato la convocazione. La nazionale è il sogno di qualsiasi giocatore. E’ comunque verissimo che essere qui è davvero un’impresa, basta vedere i nomi che sono fuori dalla lista. Il livello è enorme, qui ci sono i migliori al mondo.

Sei arrivato un giorno prima del raduno. Ti sei reso conto, appena svegliato, di dove fossi?

(ride) Avevo il jet-lag! No, ero perfettamente conscio di dove mi trovassi.

Il dottor Cota e Juan Mata sono stati le tue “guide”.

Conosco il dottore dai tempi del Celta e da quando fui convocato nell’Under 19. E’ una gran persona, mi ha aiutato molto. Mata si è comportato come un fratello; mi sono sentito quasi in imbarazzo per le tante domande che gli ho fatto.

Cosa gli hai chiesto?

Di tutto, qualsiasi cosa. Come funziona questo, quello, gli orari…almeno per non arrivare per ultimo o fare qualche gaffe.

Sei un “nove” o un falso centravanti?

O terzino destro, o portiere…mi piace giocare al calcio, in qualsiasi ruolo.

Sei un vero appassionato di calcio?

Molto. Adoro vedere e parlare di calcio. Vedo tantissime partite, di tantissimi campionati. E’ il mio sport, la mia vita, la mia passione.

Come hai vissuto il gol di Iniesta nella finale dei Mondiali?

Ero a casa, con mio padre e mio fratello. Cominciai a gridare come un pazzo dal balcone quando segnò. Mio padre mi disse che ero un folle. Ma quel gol portò il mio paese al punto più alto. Poi scesi per strada, andai alla fontana al centro di Vigo ma non feci il bagno. E’ stata una gioia immensa.

E adesso è un tuo compagno di squadra…

Non sarò di certo io a elogiare l’Iniesta calciatore. E’ uno dei più grandi della storia. Ma, se possibile, come persona è ancora meglio. E’ un ragazzo super-semplice, umile, sempre disponibile. E’ stato gentilissimo con me.

Oggi Michu è in nazionale. Nell’estate 2011 non lo voleva nessuno.

Sì, proprio così. E’ per questo che se devo dare un consiglio a un bimbo che gioca al calcio, è quello di non abbandonare mai i propri sogni, la vita in questo sport può cambiare in qualsiasi momento. Due anni fa non trovavo una squadra per proseguire la mia carriera, oggi gioco con i migliori del mondo, nella squadra più forte del mondo.

Hanno molto in comune Felipe Minambres e Sandoval?

Ovvio, il Rayo scommise su di me grazie a Felipe e Sandoval. Un giocatore può rendere al massimo solo se ha la fiducia dell’allenatore e Sandoval me ne diede tanta, così come in seguito Laudrup.

E il salto in una grande?

Non penso a questo adesso. Mi sto godendo il momento con lo Swansea. E’ un piccolo club, ma giochiamo in Europa e abbiamo vinto un titolo la scorsa stagione, il primo nella storia.

Nel Celta e nel Rayo sei stato compagno di Diego Costa.

Un gran giocatore, di altissimo livello.

Gli hai mai consigliato di calmarsi un po’ in campo?

Qualche volta; lui fa di tutto per difendere la sua squadra. Fuori dal campo è un pezzo di pane, non ha nessun lato “cattivo”.

Ti immagini nell’attacco della nazionale al Mondiale in Brasile?

Troppo lontano. Prima bisogna chiudere il discorso qualificazione ad Albacete.

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Sono Alfonso Alfano, 32 anni, della provincia di Salerno ma da anni vivo in Spagna, a Madrid. Appassionato di sport (calcio, tennis, basket e motori in particolare), di tecnologia, divoratore di libri, adoro scrivere e cimentarmi in nuove avventure. Conto su svariate e importanti esperienze sul Web.

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