Viaggio nel “Modello inglese” – Hillsborough: la lezione più dura

Negli ultimi anni in Italia si è fatto un gran parlare di come il nostro calcio si stia lentamente deteriorando, in un processo che lo vede stretto fra la morsa dei denari provenienti dall’est (Russia, Cina, paesi arabi) e gli incomparabili sviluppi strutturali che hanno favorito la crescita dello sport più bello del mondo in paesi come Germania, Francia, Portogallo, Spagna, e Inghilterra.Un malcontento rappresentato sostanzialmente da due grossi problemi. Da una parte lo stato di decadenza in cui vigono gli stadi, che ha lentamente portato l’Italia ad essere sopravanzata da paesi una volta considerati calcisticamente -per cultura e risorse economiche- inferiori a noi, e che ha contribuito a far fallire le ultime due nostre candidature agli europei come paese ospitante (1); dall’altra un senso di insoddisfazione per la vacuità con cui è stato affrontato qualsiasi tentativo di redigere una normativa volta a regolamentare con più fermezza i comportamenti dentro e fuori gli stadi, nonché a favorirne lo sviluppo in un’ottica maggiormente fruibile, allontanandone così il pubblico che via via ha finito per consacrare la domenica sportiva al divanetto di casa anziché ai “templi” del calcio (2). A tal proposito sempre più si sente parlare, e prendere come modello di riferimento, quello inglese, soprattutto ogni qualvolta si assista ad atti di vandalismo, invocando il famoso pugno duro e pene severe per quelli che a turno vengono definiti “facinorosi”, “idioti”, “vandali”, “non tifosi”. Pare si trascuri il fatto che il successo di questo sistema sia da rendere al fatto non tanto di un’applicazione cieca di una giustizia ferrea, ma più che altro di aver compreso che i due problemi sopracitati –disordini e mancanze di strutture- fossero due facce della stessa medaglia. Problemi cioè, che non possono venire affrontati se non con interventi organici e strutturali, anziché andare a parare, a seconda della bisogna, sull’uno o sull’altro frangente. Troppo di quello che vediamo finisce infatti per essere semplice propaganda giornalistica, quando in realtà poco o nulla si sa delle radici del modello inglese, e del successivo sviluppo che esso ha comportato in vent’anni di progressiva attuazione.

Ecco perché partendo da qui vogliamo iniziare ad affrontare un viaggio conoscitivo e speriamo utile a comprendere di più questa realtà, comparandola ove possibile, con ciò che si è fatto, o non si è fatto, qui da noi, anche perché forse non tutti sanno che parte del successo della Premier League dipenda dall’interpretazione strumentale di una tragedia vera.

1989 – I cancelli dell’inferno Il disastro di Sheffield- A differenza di quanto si pensi, il punto di non ritorno per il calcio inglese è stato segnato non tanto dagli eventi drammatici dell’Heysel, quanto piuttosto dalla tragedia che ha coinvolto la città di Sheffield, nel giorno di quella che avrebbe dovuto essere la semifinale di FA Cup tra Liverpool e Nottingham Forest, in programma all’Hillsborough Stadium il 15 Aprile 1989. Ciò che causò il disastro furono sostanzialmente la disorganica e confusionale gestione dell’afflusso dei tifosi: i sostenitori del Liverpool, accorsi in netta maggioranza rispetto ai rivali di Nottingham, furono stipati in un settore piuttosto piccolo rispetto alla mole di tifosi, e a pochi minuti dal fischio d’inizio erano ancora molti i tifosi del Liverpool a trovarsi fuori dai cancelli in attesa di entrare. Supporters are crushedI responsabili dei cancelli, per accelerare le operazioni, decisero di aprire l’afflusso anche un altro cancello, il “Gate C”, che conduceva agli ingressi della “Lepping’s Lane”, settore dei reds, che però nella parte centrale, parte a cui il Gate C conduceva, era capace di ospitare non più di 2.000 persone. Gli “scousers” però, vedendo aperta un’altra entrata, si affrettarono in massa al cancello nel tentativo di entrare. Fu così che accadde il disastro: il settore cominciò rapidamente a riempirsi, e gli spazi si ridussero all’inverosimile; chi si trovava a bordo campo si ritrovò schiacciato contro le inferriate, peraltro particolarmente resistenti progettate per non cedere alle cariche degli hooligans, mentre i tifosi nel mezzo si ritrovarono compressi in un imbuto, intrappolati dalla gente che continuava ad affluire dall’ingresso. Venne così rapidamente a crearsi uno stato di panico che si aggiunse all’emergenza. Nel tentativo disperato di non venire schiacciati, molti tifosi cercano di scavalcare le recinzioni e a cercare vie di fuga, ma furono brutalmente caricati dalla polizia, rea di non aver capito che non si trattasse di un tentativo di invasione, ma di un’emergenza vera e propria. Solo qualche minuto dopo il fischio di inizio ci si rese conto della gravità della situazione, e venne dato il permesso di far evacuare i tifosi all’interno del campo di gioco. Fu però inevitabilmente troppo tardi: 96 persone morirono schiacciate dalla calca, soffocate, o caricate dalla polizia, e altre 200 risultarono ferite.

Il Rapporto Taylor – All’’ndomani della tragedia molti giornali denunciarono i minuti persi e le inadempienze del servizio pubblico, ma in qualche modo la vicenda venne forzatamente portata su altri binari, quelli del disordine pubblico. Soprattutto il “Sun”, condusse una campagna altamente diffamatoria nei confronti dei tifosi di Liverpool, accusati di aver addirittura compiuto atti di sciacallaggio e depredazione nei confronti delle vittime della tragedia. Ad indagare sul caso venne posta una commissione con a capo il giudice Peter Taylor, che fra il 1989 e il 1990 redasse un duplice rapporto, destinato a cambiare radicalmente il modo di vivere gli stadi inglesi. Taylor, nonostante l’insabbiamento indotto delle gravi responsabilità della South Yorkshire Police, evidenziò chiaramente come l’istituzione di vere e proprie trappole negli stadi, (recinzioni, inferriate, sbarre…) volte a limitare le imprese degli hooligans, fu inevitabilmente se non causa, almeno catalizzatore del dramma di Sheffield. Fu da qui si segnò un punto decisivo per l’ammodernamento del sistema stadi in Inghilterra. In ogni caso, la totale verità non venne a galla, e le responsabilità sul comportamento della polizia vennero taciute. Ciò che diede invece una decisa accelerata all’attuazione di nuove leggi fu piuttosto la fervente campagna anti-hooligans che l’episodio, seppur in maniera totalmente erronea, innescò nella stampa e nell’opinione pubblica. La Gran Bretagna infatti veniva da dieci anni di deciso conservatorismo, e aveva nella causa antihooligans un sensibile appoggio da parte della popolazione, che da almeno quindici anni assisteva alla manifestazione del fenomeno nella sua accezione più violenta.

Nello stesso anno venne immediatamente istituita la NFIU (National Football Intelligence Unit), un corpo speciale direttamente alle dipendenze di Scotland Yard, adibito esclusivamente alla schedatura e al monitoraggio degli hoolingans. Un corpo che si caratterizzava rispetto agli altri soprattutto per l’introduzione di agenti infiltrati –emedded- in ognuna delle 92 tifoserie delle squadre di Lega, col preciso incarico di viaggiare con i gruppi di supporters, segnalando tempestivamente eventuali soggetti violenti. Un corpo nel corso degli anni si è rivelato centrale, arrivando, tra schedati e arrestati, a fermare più di 20 mila persone.

 

Appendice

(1 )L’apparenza non inganna
Misero, sciatto, banale. Il logo con cui la delegazione italiana ha presentato la sua candidatura ad ospitare Euro 2016 è un lucido specchio dello stato in cui si trovi oggi il nostro calcio. Dopo due bocciature di fila (Polonia –Ucraina prima, e Francia poi), il sopravanzamento di paesi che una volta erano calcisticamente considerati inferiori a noi è ormai una realtà.
(2) Circoli virtuosi e circoli viziosi
Se in Inghilterra e Germania i tifosi rappresentano la prima fonte di guadagno per le società (mediamente ogni weekend si riempie più del 90% dei posti disponibili, senza contare i benefici portati dal merchandising ), in Italia l’utilizzo di uno stadio è diventato quasi un elemento di perdita: il canone da versare ai comuni per l’utilizzo della struttura è a dir poco oneroso, e la mancanza di un riscontro di pubblico sufficiente, quindi economico, contribuisce ancora di più ad aggravarne i difetti, finendo per accantonare qualsivoglia progetto di uno stadio di proprietà.

 

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About Alessio Dell'Anna 130 Articoli
Intrattenitore nel mondo della comunicazione con la passione per il calcio d'antan, è un solista dentro e fuori dal campo, che predica da numero 7 ma razzola da numero 9. Fra il 98' e il 2002 ha inscenato ben 824 repliche dei Mondiali di calcio nella sua cameretta, e ricerca oggi la magia del calcio di un tempo nei campionati con un debito pubblico pericolosamente oltre la soglia di guardia.

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