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Mourinho e l’impossibilità di essere normale

Che Josè Mourinho da Setubal sia un grandissimo allenatore, non c’è dubbio alcuno, lo dice la sua storia, una storia fatta di grandi successi, in alcuni casi resi ancora più grandi dal fatto di essere totalmente imprevisti alla vigilia, come gli acuti con il Porto e il mai dimenticato treble con l’Inter.

Successi che potevano riuscire soltanto ad uno come lui, “Speciale”, non solo per autodefinizione, dotato di un acume tattico spesso sottovalutato, perché messo in relazione ad un’altra sua componente, che nei suoi successi ha rappresentato la base principale, ovvero il suo ego ipertrofico, magnetico, accentratore e la sua capacità di far gruppo contro tutto e contro tutti, che talvolta tende a trasformarsi in un’autentica devozione e venerazione. La sua storia oltre alle vittorie però racconta anche dell’incapacità di Mourinho di creare legami tecnici che si protraggano nel tempo per più di tre anni, e del fatto che le sue esperienze, gloriose per quanto siano, finiscano sempre con un epilogo decisamente stonato. Male finì la sua avventura al Porto, con una toccata e fuga in mezzo al campo sul palco della vittoria di Gelsenkirchen, quando era chiaro che la sua stella era divenuta troppo luminosa per i gloriosi “Dragoes” e che sarebbe stata destinata a risplendere dalle parti di Stamford Bridge. Non tanto meglio finì la sua prima avventura in quel Chelsea, da lui riportato alla vittoria in Inghilterra e collocato nella mappa del grande calcio, attraverso la costruzione di basi tecniche solide che sarebero perdurate nel tempo, con le dimissioni “consensuali”, arrivate ad inizio della stagione 2007/2008 dopo un pareggio in Champions League contro il Rosenborg, segno inevitabile che qualcosa si era rotto. Non meno amaro e indolore, per quanto più “romantico” e decisamente senza livore, il suo addio all’Inter, in quella notte in cui Madrid era decisamente la sua città del destino, con l’abbraccio in lacrime tra lui, che sarebbe rimasto in città per firmare con il Real, e Materazzi come istantanea perfetta, emblematica e amara della fine di un grande ciclo, e anche della successiva fatica a voltare pagina.

Tutt’altro che romantico fu il suo divorzio dal Real Madrid, al termine dell’unica stagione “zeru tituli” con i Merengues, in cui le crepe che si erano create tra lui e l’ambiente divennero delle voragini incolmabili, con la questione Casillas (per quanto il tempo gli abbia poi dato ragione in questo senso) che fu l’ultima goccia di un vaso pieno fino all’orlo, di una squadra decisamente satura. E poi si arriva ad oggi con il Chelsea reduce da una sconfitta contro il già fatale in League Cup Stoke City, che in campionato ha il rendimento della vostra neopromossa di fiducia e che in Champions League qualche volta ha anche vinto, ma non ha mai convinto. La sensazione, che in campo diventa certezza, è che la squadra non sia più in sintonia con l’allenatore, e che non regga più quella sua personalità debordante e accentratrice, su cui ruotano i suoi successi, ma che non sempre risulta sostenibile per un gruppo e che alla lunga chiede un prezzo da pagare, talvolta molto salato. Il Mou-bis al Chelsea, che sia questa settimana o più tardi, a meno di miracoli, è destinato a finire, e, come già successo in passato, si profila un epilogo amaro, che mette in secondo piano vittorie ed altri aspetti positivi.

E anche stavolta, lo “Special One” paga la sua impossibilità di essere normale.

Emilio Scibona

Laureato in Storia, proiettato nell'attualità, intossicato dal presente e incuriosito dal futuro. Appassionato di calcio, esaltato dal basket, catturato dal rombo di motore della Formula 1. Rimpiango i tempi che furono ma credo comunque nel domani.

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Emilio Scibona

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