ESCLUSIVA TCE – Marco Simone (all.Laval)[Parte 2]: “In Italia si fa fatica ad accettare i cambiamenti..In Svizzera ho imparato tanto sui giovani”

Continua il nostro viaggio alla scoperta di Marco Simone, ex di Milan,Monaco e Paris Saint Germain ora in forze come allenatore a Laval, una città ne dipartimento della Mayenne, vicino la Loira.

In questa seconda parte abbiamo affrontato con l’allenatore alcune questioni complementari al campo, geografiche e culturali di un calcio in piena espansione come quello francese, che sta battendo per incassi e diritto tv anche la Serie A.

Nel calcio francese la figura della donna fa parte della quotidianità, con un allenatore donna al timone del Clermont come Corinne Diacre. Siamo così lontani anni luce come movimento? 

“Il mondo del calcio italiano è molto conservatorio, si fa fatica ad accettare i cambiamenti. Vedo difficilmente una squadra italiana ingaggiare un allenatore donna. Ma è anche perché in Italia il calcio femminile non è seguito allo stesso livello. In Francia la nazionale femminile è seguitissima, per non parlare di alcuni club come Lione e Paris Saint Germain che arrivano ad avere 6/7 milioni di budget, come una squadra di Serie B insomma. Anche le big come Milan e Juventus non hanno fatto questo tipo di investimenti. C’è una considerazione diversa e l’arrivo di Corinne a Clermont non ha creato sorprese e non è stato scioccante come lo sarebbe stato da noi. Come paese, l’Italia non sarebbe pronto.”

Lei vive a Laval, nel dipartimento della Mayenne, non uno dei più conosciuti. Da italiano trasferitosi lì, come ce lo descrive? 

“Siamo alle porte della Bretagna, una regione fantastica. A 70 km circa da Rennes, Lorient, Brest ed anche Caen, in Normandia. E’ la parte Nord-Ovest della Francia, qualcosa di molto simile alla Scozia o l’Irlanda come paesaggi, viste le alte scogliere. La Mayenne è tra la Bretagna e la Loira, dove c’è Tours per l’appunto, in un’altra regione bellissima, conosciuta per i castelli. La città di Laval, di per sé, offre poco, anche se intorno il dipartimento è molto affascinante.”

Lei ha allenato in Svizzera, dove ha fatto la cosiddetta “gavetta”, passando da direttore tecnico ad allenatore.

“In realtà il primo anno non ho fatto l’allenatore per impossibilità di diploma, visto che stavo ancora studiando a Coverciano. Però conducevo gli allenamenti e quant’altro.”

Che tipo di calcio si fa in Svizzera e cosa si porta dietro di quest’esperienza? 

“In Svizzera ho imparato qualcos’altro per quanto riguarda l’organizzazione e gli investimenti nei settori giovanili, e dell’importanza di questi ultimi per vincere. Negli ultimi dieci anni, il calcio svizzero è cresciuto molto, non solo con il Basilea, competitivo anche in Champions League, ma anche in nazionale, sfornando grandi organici da ormai tanti anni. La formazione dei giovani è legata quasi esclusivamente alla nazionale, una vera e propria priorità. Basti pensare che quattro o cinque volte all’anno vengono selezionati i migliori prospetti di qualsiasi categoria svizzera, che vengono convocati per dei raduni specifici. Qualcosa di impensabile da noi. La qualità in prima divisione è salita tanto, con Basilea, Young Boys, Sion e Grasshopphers, seppur le poche squadre condizionino molto la sua bellezza ed il suo interesse a favore di una certa integrità.”

In Italia non ha mai allenato: è una sua scelta oppure semplicemente non è capitato? 

“Non è una mia scelta, ma penso che non sia capitato proprio perché dall’Italia, oggi, mi vedono come un allenatore “straniero”, che per certi versi potrebbe non aver testa al campionato italiano. Io stesso non ho forzato il mio ritorno perché penso che, se non firmi in determinate società, ci sarebbe il rischio di doversi occupare di altre cose. Squadre in crisi, assenze di stipendi, e ci si ritrova a dover fare lo psicologo più che l’allenatore. Ma non solo, penso anche che ci sia mancanza di pazienza nell’aspettare di costruire un progetto. Dopo una sconfitta o un pareggio si rischia di buttare via un intero lavoro. Ci sono troppi parametri che, per il lavoro che faccio io, non sono interessanti.”

La filosofia di calcio di Marco Simone qual’è?

“Io rimango su un principio fondamentale, esposto anche nella mia testi al master. Al centro di tutto ci sono i giocatori, anche se gli allenatori pensano spesso di avere tutte le soluzioni del caso. Noi dobbiamo solo mettere in condizione i ragazzi di divertirsi lavorando, in modo che questa fatica si possa digerire col sorriso. Quindi un bel gioco che ti renda però competitivo. Questo l’ho imparato al Milan, una grande organizzazione che però ti lasciava il piacere di giocare a calcio. E’ logico che per fare tutto ciò devi avere giocatori di qualità, anche se quando giochi per la salvezza non è facile. E’ il mio principio di lavoro insomma.” 

Lei è stato un ex di tutte e tre le big di Ligue 1 di quest’anno (Monaco,PSG e Nizza): chi ha espresso il gioco migliore?

“Assolutamente il Monaco. Un calcio diverso, divertente, bello. Fa tanti gol ed è bello da vedere, che prende dei rischi difensivi ma in maniera molto intelligente. Ho però la sensazione che il Paris Saint Germain potrà ancora riuscire a passare davanti con qualche punto di vantaggio.”

Lei per chi fa il tifo?

“Io sono molto legato a Parigi e Monaco, non solo come società. Il rapporto più caldo come squadra l’ho avuto a Parigi, mentre come società al Monaco. Difficile fare il tifo, son solo contento che possano giocarsela tra di loro.”

 

 

 

 

 

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