Bruno Metsu, il francese d’Africa

“L’Africa ti insegna che l’uomo è una piccola creatura, in mezzo a tante creature, in un grande panorama”
Doris Lessing

Oggi è difficile pensare che un piccolo senegalese, un cucciolo di Teranga, cresta nascente sotto al giovane sole, uno di quei piccoli leoni che corre attorno ad una palla di stracci in un polveroso campo di periferia di Dakar o di Nayè , non conosca Bruno Metsu. Bianco, di nazionalità francese, in mezzo al color nero lucente delle braccia e delle gambe africane del Senegal, l’avventura di Metsu è uno schiaffo all’AOF, l’Africa Occidentale Francese che colonizzata dai francesi a partire dalla metà del XVII secolo commerciava schiavi tra Africa e Americhe.

Newly-appointed coach of Iraq's national
l’abbraccio con Milutinovic, altro grande giramondo

La notizia della sua scomparsa proprio pochi giorni fa a causa di un cancro lascia sgomenti gli amanti dello sport. Sì, perché Metsu è stato un umile addetto ai lavori nel mondo del calcio, realtà molto spessa bacata dal verme del denaro e dei media e di tutti quei riflettori accecanti che non fanno altro che costringere a chiudere gli occhi della gente anziché ad aprirli.

Senegal's assistant coach Jules Bocande (C), Seneg
ancora un abbraccio, per festeggiare l’impresa

Metsu ha sempre avuto un cappello a visiera e la sua testa è sempre stata appoggiata al collo anziché attaccata alle nuvole.  E Bruno deve molto all’Africa e al Senegal e il Senegal deve tanto a Metsu quando ai Mondiali del 2002 in Giappone e Corea del Sud guidò da allenatore la nazionale africana fino ai quarti di finale, fermati solo dalla Turchia. Fu la squadra rivelazione dell’anno, una epica cavalcata il cui spirito felino e leggiadro continuò anche dopo tanto che a distanza di dieci anni e passa lo si percepisce ancora come calda brezza africana. Dopo una carriera da calciatore fra Valenciennes e Lilla, Bruno intraprende due scenari. Il primo è quello dell’allenatore, il secondo quello di una conversione alla religione islamica frutto del suo amore per una ragazza musulmana portandogli una seconda identità, quella di Abdoul Karim. Ed è proprio con questo spirito che nel 2000 prende le redini della nazionale senegalese orfana, ma senza rimpianti, del tedesco Schnittger, allenatore troppo duro e di poca comprensione che vietava ai suoi giocatori musica, svago e acconciature troppo “africane”.

Comincia a parlare la lingua locale, il Wolof e si comporta più come un padre che come un rettore. Cappellone castano-biondo ed occhi azzurri e intensi, Bruno entra nella storia portando la sua squadra ai mondiali del 2002 dove, nella partita di inaugurazione, affronta la Francia, la patria che lo ha cullato, episodio da “semplice giro del destino”, come direbbe Bob Dylan. Il 31 maggio, al Seoul World Cup Stadium, di fronte a circa 65 mila spettatori, tutto il mondo è curioso di vedere giocare questo nuovo Senegal anche se i pronostici danno la Francia, già campione del mondo nel 1998 e d’Europa nel 2000, totalmente favorita. Invece Metsu dà scacco al re francese con un 4-5-1 caratterizzato da giocatori estremamente veloci come Dourif e Traorè. Ed al 30° minuto, di fronte ad una Francia che mentalmente non è mai entrata in gara, ecco il gol realizzato da Bouba Diop al termine di una azione scoppiettante preceduta da un inserimento in area di Petit.

 

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l’immagine parla da sola

Per le strade di Dakar è festa al gol del Senegal e il tripudio dopo la conclusione della partita per 1-0. “Sono un bianco col cuore da nero”, dice Bruno in una intervista. E in panchina si riesce quasi a toccare con mano l’amalgama straordinaria che c’è fra lui e i suoi giocatori, come se fosse un padre coi suoi figli. E questa connessione straordinaria la si noterà anche negli ottavi di finale contro la Svezia quando la squadra di Bruno vince per 2-1 ai tempi supplementari grazie al gol di Camara. Solamente ai quarti di finale Metsu e i suoi leoni si fermano, battuti da una Turchia che arriverà poi al terzo posto. Ma ormai Bruno è l’africano bianco più famose del Mondo. Non c’è più differenza di razza né di religione tra Metsu e il Senegal, tra Abdoul e l’Africa. Ormai sono una cosa sola. Anche quando allenerà club degli Emirati Arabi come l’Al-Ain o l’Al- Gharafa, vincendo anche coppe nazionali, la barriera sottile che traspare in ogni cosa fra Occidente e tutto il resto pare crollare con Metsu in panchina, una specie di totem benevolo fra i quattro punti cardinali. La sua scomparsa è un duro colpo per il mondo del pallone ma quei capelli lunghi e quegli occhi azzurri sono ancora stampati nelle teste di ogni senegalese e lo saranno per sempre.

“Non avevamo bisogno di un poliziotto ma di uno che sapesse darci consigli e non ordini, di uno come noi”, disse Cissè, uno dei leoni senegalesi riguardo a Bruno. Abdoul Karim vive ancora e sarà ricordato nel mondo sportivo come il francese che sconfisse la Francia.

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