Elkjaer Larsen, c’è del bello in Danimarca

“Vivi per essere la meraviglia e l’ammirazione del tuo tempo”.
William Shakespeare

Quel gol segnato il 14 ottobre del ’84 contro la Juventus, senza scarpa, dopo aver sfrecciato per metà campo verso la porta avversaria su passaggio di Tricella, fece entrare Preben Elkjaer Larsen (classe 1957) nell’olimpo del calcio italiano ed europeo. Lui, danese di nascita, che in una intervista dichiarò, una volta ceduto dai belgi del Lokeren al Verona in quel medesimo anno, di non sapere neanche dove fosse la città veneta sulla cartina geografica, coi piedi ci sapeva proprio fare. Attaccante prolifico e molto agile, Preben surclassò Romeo e Giulietta e anche Cenerentola, con quella segnatura senza scarpa ancor prima che scattasse una ipotetica mezzanotte del pallone, un piedone che sorreggeva 1,83 cm di muscoli dal ginocchio in su e che portò in Italia tutto l’estro e la possenza della Danimarca, dai Vichinghi ad Amleto.

Scattante, schioccante e devastante sotto porta, Elkjaer gettò un’aura vitale nel mondo del calcio divenendo ben presto un punto di partenza per tutti gli attaccanti di stampo moderno dagli anni ’90 in poi. La sua carriera comincia nell’estate del ’77 vestendo la maglia tedesca del Colonia con cui vinse subito una Bundesliga (strappata al Borussia Monchengladbach solo per via della differenza reti dopo essere arrivate entrambe a pari punti) ed una Coppa di Germania contro il Dusseldorf.

Preben ebbe una manciata di presenze in quella stagione, una decina, ma già a 20 anni attirò l’attenzione su di sé per via della sua velocità con la palla al piede dal centrocampo in su. Ad accorgersene fu la società belga del Lokeren, team nel quale il danese militò per 6 anni, segnando gol a raffica, un centinaio di reti, ma con cui fece grande fatica a portare il suo genio calcistico al di fuori delle barriere nazionali.

E’ quindi il Verona a chiamarlo nell’estate ’84 (una delle estati più calde della storia del calcio che portò in Italia giocatori di grande talento quali Maradona al Napoli, Junior al Torino, Stromberg all’Atalanta, Francis alla Sampdoria) sì proprio nella città tanto decantata dalla poesia shakespeariana, la famosa città del balcone capuleto, squadra che aveva, con Bagnoli allenatore, un progetto lucido e chiaro, un’idea tattica precisa ed ordinata, delle fondamenta che crearono la casa dei sogni.

E’ con Briegel, con Galderisi, con Fontolan, con il capitano Tricella e con tanti altri compagni giallo-blu che Elkjaer mostra le sue doti da centravanti, portando il Verona a conquistare incredibilmente il suo primo scudetto nel ’85, campionato leggendario dopo anni di dominio bianconero dagli anni ’70 in poi, una fuga impossibile dalla prima all’ultima giornata con Torino ed Inter a rincorrerle a fatica dietro senza successo.

Elkjaer diventa il beniamino dei tifosi veneti con otto segnature e grazie soprattutto a quel gol senza scarpa contro la Juventus alla quinta giornata di campionato che ricorda tanto una partita fra ragazzini all’oratorio, quando scarpe e polvere volano ad ogni tocco di palla fra una bestemmia ed uno scappellotto del prete. C’è chi, tra i tifosi veronesi, lo vuole sindaco, chi addirittura papa. E’ un’annata d’oro quella di Preben che addirittura sfiora la vittoria del pallone d’oro ’85, conquistato però per la terza volta di fila da Platini, forse il giocatore europeo più forte degli anni ’80.

Per tutti gli anni successivi con la maglia del Verona e cioè fino al campionato 1987-88, non ripetè gli stessi successi di quello storico ’85 ma circondarono Elkjaer stesso in una corazza immortale, protetto dai suoi stessi tifosi e dalla sua città, una specie di santone da idolatrare, dai bambini fino agli adulti. Doloroso fu il distacco da Verona che ricordò il suo Romeo in esilio dopo lo scontro con Tebaldo. Infatti dopo quattro anni da autentica divinità e dopo 48 gol segnati in totale su 130 presenze, Preben fu ceduto, praticamente a fine carriera, ai danesi del Vejle.

Tornò quindi in patria nella sua Danimarca, nella cui nazionale di calcio partecipò per 11 anni, dal ’77 al ’88 senza particolari ricordi, a parte forse una semifinale degli Europei ’84 persa ai rigori contro la Spagna. Grande fumatore e bevitore, alto e robusto quanto basta per non farlo mai arrabbiare, aria da vero conquistatore vichingo, Preben è il classico giocatore da figurine Panini, quelle preziose da tenere sotto al cuscino o nel portafoglio. Qualche tifoso giallo-blu avrà il suo faccione biondo incorniciato a casa. “Oh Preben, Preben! Perché sei tu Preben?”. Forse Marcello, l’amico di Amleto, si sbagliava ad infamare il suo paese. C’è del bello in Danimarca. Presben Elkjaer Larsen è l’esempio.

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