Friedenreich, la Tigre con la brillantina in testa

“È giusto che l’uomo pronunci
dei numi il bello”

Pindaro, Olimpiche

Se fosse un musicista sarebbe Art Tatum, con quelle dita velocissime che emettevano suoni e sensazioni incredibili dalla prima all’ultima nota e che dribblavano i tasti del pianoforte. E’Arthur Friedenreich, calciatore brasiliano classe 1892, detto El Tigre, per le sue movenze feline nell’area di rigore avversaria, barbaro ruggito ancora udito tutt’oggi sebbene sia passato quasi un secolo da quando faceva applaudire il pubblico del San Paolo, sua città natale, con la maglia biancorossa del Paulistano. Erano i tempi di Chaplin, di Jack Johnson, di Valentino, di Picasso, di Eliot. Erano i tempi in cui si usava la celluloide e poi i sistemi Autochrome o le primissime Reflex per le fotografia. Insomma si parla di tempi antichi, andati per sempre ma nello stesso tempo perpetui ed immortali come i circa 1300 gol che la Tigre realizzò in più di mille gare (leggenda vuole che abbia segnato più reti di Pelè anche se la certezza piena non si ha in quanto molti documenti ufficiali andarono perduti nel tempo). Dedizione e concentrazione totale in campo, relax e vita da dandy fuori dal rettangolo di gioco, Arthur poteva considerarsi un Michelangelo del pallone, fra dribbling, assist e segnature di ogni genere, e nello stesso tempo un grande Gatsby di San Paolo, fra locali notturni, cabaret, donne succinte che ballano il jazz e il calypso e il sapore dei sigari in bocca. Le sue origini germaniche (il padre Oscar era tedesco, la madre Matilde brasiliana) cercavano di nascondere la sua pelle mulatta con abiti eleganti e capelli intinti di brillantina e gel ed una marcata faccia da bravo figliolo. Ma El Tigre non è un personaggio da romanzo wildiano. Arthur è un giocatore, un player del gioco forse più bello del mondo, il calcio.

Dopo brevi parentesi con le maglie brasiliane della Germania e del Mackenzie, due denti rotti contro l’Exeter City nella primissima partita giocata dal Brasile il 27 luglio del ’14, è il Paulistano, a partire dal 1918, la squadra più importante in cui ha militato, quella che gli fece vincere 6 campionati da assoluto protagonista, nel ’18, ’19, ’21, ’26, ’27, e ’29 con picchi anche di 30-35 gol a stagione nelle gare ufficiali (numerose furono anche le partite non ufficiali disputate in quegli anni fra amichevoli e gare nazionali). In due partite del Campeonato Sudamericano de Selecciones del 1919 (gli albori della Coppa America), al Laranjeiras, con la maglia del Brasile contro il Cile prima e l’Uruguay poi nello spareggio finale (150 minuti di gara per 4 tempi supplementari) gli fu dato il soprannome di El Tigre per il suo modo di aggredire la difesa avversaria rimanendo elegante e composto allo stesso tempo, proprio come la bestia che scruta la preda da dietro un cespuglio e poi l’attacca a velocità supersonica. Arthur si portò a casa il trofeo Sudamericano, bissato pure 3 anni dopo, nel ’22, contro il Paraguay sebbene Fred non giocò la finale per via di imposizioni razziali da parte del presidente brasiliano Pessoa che non voleva giocatori di colore in campo per quella gara di tale importanza storica. La finale fu vinta 3-0 ma Arthur rimase per tutta la vita nel completo rancore nei confronti di Pessoa e delle discriminazioni per i giocatori non bianchi. Il bianconero delle foto antiche non faceva trapelare la vera essenza dei suoi occhi, occhi verdi che lui vedeva sempre riflessi nei bicchieri di cognac e rum molto prima che Best ci si specchiasse dentro candendoci come Narciso. Sapeva di essere forte, bello e atletico ma il colore della pelle era un vero problema. Quando giocava nei campi privati di soli bianchi si spalmava della crema naturale per apparire bianco come loro ed entrava in campo sempre per ultimo, come voler indicare al mondo che lui era la vera gloria nazionale, l’unica vera attrazione del pubblico, quello per cui valeva il prezzo del biglietto.

A San Paolo è nato e a San Paolo è morto il 6 settembre del 1969 mentre i maggiori critici del calcio erano in diatriba per chi fosse il vero re del calcio brasiliano, se lui o Pelè e gli appassionati di oggi sono ancora alla ricerca di chi dei due abbia segnato più reti nella storia. L’esclusione ai Mondiali del ’30 in Uruguay, i primi mondiali della storia del calcio, 28 anni prima di quelli memorabili di Pelè in Svezia, fu senza alcuna ombra di dubbio la macchia più grande della carriera della Tigre. Chissà se avesse giocato quella competizione e il Brasile avesse vinto la Coppa Rimet, cosa ci avrebbe regalato la storia sulla sua figura di quello che già circonda il nome di Fred, riassumendolo nell’epiteto francese, dopo una sua partita ricca di gol nel ’25 contro una formazione di Francia, Le Roi du Football. Con i se non si fa la storia, come si usa dire, ma lasciatemene aggiungere uno ultimo: se Pindaro fosse stato ancora in vita, avrebbe posizionato El Tigre in una delle sue olimpiche, aggiungendo la numero XV, quelle dedicate a Zeus, il padre degli dei.

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